di Fabio Nobile—- 

Con Anubi c’eravamo persi di vista da anni ma appena ho saputo la notizia ho sentito un tuffo al cuore come se l’avessi visto il giorno prima.

Dopo averlo incrociato durante la Pantera, lui già leader nonostante fosse una matricola come lo ero io, l’ho conosciuto bene al circolo universitario di Rifondazione, quello dei tempi pieni di entusiasmo per la forza che esprimeva, quello che ha attraversato negli anni novanta tutte le mobilitazioni e i tentativi di sviluppo del movimento studentesco del più grande ateneo d’Europa. Un circolo animato da più di cento iscritti, presente ed organizzato in tutto l’ateneo. Un punto non di poco conto rispetto ad una generazione che formatasi in quel movimento e negli anni novanta divenne il possibile lievito di una rifondazione comunista che andasse oltre gli eredi del PCI e della stessa nuova sinistra allargando a livello generazionale un’esperienza che avrebbe meritato ben altri esiti nella storia di questo Paese. 

Una generazione di cui Anubi è’ stato un militante e un dirigente riconosciuto. Uno spirito libero e rivoluzionario, di una cultura sconfinata, uno spirito che non era etichettabile tra le varie componenti che caratterizzarono quella fase e quelle successive. Nelle etichette lui ci stava stretto.  Ho Mille ricordi e fiumi di ore passati anche con lui a discutere, a riflettere, a studiare. Indimenticabile. Questo è stato in quei dieci anni che l’ho frequentato con continuità e così è stato da Genova in poi fino a tutte le scelte politiche e di vita che ha fatto, di cui ho letto in questi giorni dove emerge un rapporto continuo con le nuove generazioni ribelli. Non faccio alcuna fatica ad immaginarlo in tutti i contesti che in questi giorni ne hanno ricordato i frammenti o come lo hanno descritto benissimo alcuni compagni dicendo che “lui compariva” diventando improvvisamente protagonista con le sue parole il cui scorrere non poteva non fermare l’attenzione di chi lo ascoltava. Con Anubi tante volte ci siamo scontrati  politicamente in quegli anni ma tante altre si provava a costruire insieme. 

Quando ti confrontavi con lui sapevi di farlo con un militante, un dirigente, un intellettuale, un agitatore che credeva in ciò che affermava e per questo, credo, nel suo ruolo di trascinatore nei momenti di massa era inarrivabile. I Giovani Comunisti, che quella generazione ha in parte raccolto traguardandola agli anni duemila, hanno avuto grandi potenzialità anche grazie allo spirito instancabile di Anubi che, probabilmente, anche in quel contesto avrebbe meritato maggiore considerazione. La sua testa spesso è stata più “usata” che poi considerata. Da militante politico come da giornalista.

Di quella generazione lui ha mantenuto la purezza e la combattività che non ha mai abbandonato per scelte di comodo. Di quegli anni passati anche con lui mi restano nella testa e nel cuore le litigate e le risate, le canzoni gridate in auto e gli abbracci per un corteo riuscito. L’idea che “si poteva fare”e che, ancora oggi, mi fa dire “si potrebbe fare”. 

L’ultima volta che l’ho visto è  stato parecchi anni fa  a Testaccio e mi disse che aveva avuto un figlio con la sua compagna. Poi ne ho perso le tracce e come me, da quanto ho letto, molti. 

Una mente potente piena di energia, spesso tradita da un’intima fragilità, che avrebbe meritato più spazio anche alla luce del deprimente panorama che abbiamo davanti.

Non conosco nulla del suo stato d’animo personale e politico almeno degli ultimi venti anni ma il suo spirito inquieto di fronte ad un contesto così involuto posso immaginarlo.