di Maurizio Semplice—- 

Quando una destra vuole governare senza intralci, la magistratura diventa un bersaglio strategico. Non perché sarebbe “politicizzata” in astratto, ma perché rappresenta uno dei pochi poteri in grado di fermare abusi, corruzione e leggi incostituzionali. Le mosse sono quasi sempre le stesse: prima la delegittimazione pubblica  “toghe rosse”, poi arrivano le riforme disciplinari e punitive dove il messaggio implicito è chiaro: se tocchi il governo, paghi. Infine, il controllo delle nomine e la riscrittura delle regole, così da ridurre l’indipendenza effettiva della magistratura senza abolirla formalmente. Il punto politico è semplice: indebolire i giudici significa indebolire i limiti al potere esecutivo. E quando i limiti si assottigliano, la democrazia resta in piedi, ma diventa più scenografica che sostanziale.

Immigrazione come minaccia

Un altro tema evergreen è l’immigrazione, sistematicamente trasformata in capro espiatorio. Una questione sociale complessa viene narrata come emergenza e minaccia, così da giustificare la sospensione delle tutele e normalizzare pratiche sempre più dure: detenzione amministrativa, respingimenti, restrizioni arbitrarie, zone di controllo speciale.

“Sicurezza” come teatro: più percezione, meno prevenzione

La sicurezza, più che una politica pubblica, diventa una messa in scena. Pattuglie, militarizzazione, “zone rosse”, telecamere ovunque servono ad alzare la percezione di emergenza e a presentarsi come l’unica forza capace di garantire ordine. La paura, ancora una volta, è un capitale politico.

Favori ai ricchi: la redistribuzione al contrario travestita da “crescita”

Sul piano economico la ricetta è altrettanto riconoscibile: meno tasse ai redditi alti e ai patrimoni, deregolazione, privatizzazioni, compressione dei diritti del lavoro. In sintesi: repressione e disciplina in basso, sgravi e indulgenza in alto. Il tutto raccontato come inevitabile motore della crescita, mentre in realtà consolida disuguaglianze e rapporti di forza già squilibrati.

Cultura e media: spostare il dibattito, saturare lo spazio pubblico

Quando non si vogliono — o non si possono — affrontare i problemi materiali, conviene spostare il conflitto altrove. Frequenti attacchi quindi a ONG, attivisti, università, giornalisti “nemici”, alla generica “sinistra”, accompagnati da pressioni sui media pubblici. L’obiettivo non è convincere, ma saturare lo spazio pubblico, spostare l’agenda e rendere permanente lo scontro identitario.

Nel complesso, queste strategie non mirano a smantellare apertamente la democrazia, ma a svuotarla dall’interno, rendendola compatibile con una forte concentrazione del potere. L’indebolimento della magistratura, la gestione securitaria dell’immigrazione, la spettacolarizzazione della sicurezza e le politiche economiche favorevoli ai ceti più abbienti non sono elementi isolati, ma parti di un disegno coerente fondato su paura, disuguaglianza e controllo del consenso.  Il rischio principale, dunque, non è un autoritarismo dichiarato, bensì la normalizzazione di un potere sempre meno limitato e sempre meno responsabile, accettato perché presentato come necessario.

L’unica risposta credibile è quindi rimettere al centro il conflitto democratico: difendere i contrappesi, organizzare consenso dal basso e impedire che la paura continui a essere la materia prima del potere.