di Giuseppe Carroccia—-
Il Famedio (dal latino famae aedes: tempio della fama) del PCI si trova al Verano; entrando dall’ingresso adiacente all’imbocco della tangenziale, dopo 100 metri sulla destra, è un mausoleo di 44 loculi in granito progettato nel 1972 dall’architetto Gualtiero Costa, destinati ai dirigenti più importanti del Comitato Centrale del Partito. Vi sono i più noti Togliatti, Longo, Secchia, Camilla Ravera, segretario del centro interno, Teresa Noce, Nilde Iotti, Lama, Trentin, Cossutta e dirigenti storici di origine operaia come Colombi, Massola, Roasio.
Gramsci invece è sepolto al cimitero laico (degli inglesi) a Testaccio; Berlinguer a Prima Porta.
Questo 16 ottobre anniversario della morte di Luigi Longo una delegazione di compagne e compagni del Circolo Longo di Cinecittà Quadraro e della Federazione di Roma del Prc ha deposto un fiore e omaggiato anche con due magliette, una rossa, l’altra nera, del circolo dedicate al comandante Gallo responsabile delle Brigate Internazionali in Spagna e delle Brigate Garibaldi nella Resistenza Italiana in cui rappresentava il Pci nel Cln e il principale comandante militare.
Sulla sua straordinaria vicenda politica e umana, sulle continue prove e battaglie a cui partecipò da protagonista, un Garibaldi del 20 secolo come lo definì Berlinguer, e sulle notevoli capacità di direzione politica dimostrate in tutto il corso della vita e da Segretario generale, due recenti pubblicazioni di Alessandro Hobel consentono di fare luce, oltre che la lettura delle molteplici opere di Longo stesso a partire dal famoso Un popolo alla macchia, storia della Resistenza Italiana.
Giovanni Pesce nel suo Senza Tregua racconta dell’impressione che ne ebbe durante la battaglia di Guadalajara quando, in un momento difficile del combattimento con i repubblicani in difficoltà, nel panico che prende quando la morte corre vicina, fissò il suo sguardo e il suo coraggio di ragazzo, sulla figura di quest’uomo di 36 anni che con calma, sulla cresta di un colle, studiava le mosse del nemico franchista.
Non meno difficile, ma affrontata con uguale fermezza e determinazione, fu la decisione che prese a 68 anni da segretario del partito di condanna dell’invasione della Cecoslovacchia dai carri armati dell’Unione Sovietica, paese che rappresentava per la sua generazione di comunisti, il socialismo, il sogno di una cosa in realizzazione.
La mattina del 23 agosto 1968 decine di migliaia di lavoratori, militanti, quadri del Pci si recarono all’edicola per leggere dall’Unità la posizione del Partito. Ognuno col suo carattere, chi con mani tremanti, chi con una trepidazione ben celata, trovarono sulla prima pagina dell’organo del Pci, la dichiarazione di Luigi Longo a nome del comitato centrale e dell’Ufficio Politico che condannava l’ingiustificato intervento sovietico e manifestava riprovazione. Molti tirarono un sospiro di sollievo, qualcuno nascose una smorfia, molti tornarono a pensarci in attesa di discuterlo con gli altri. Una presa di distanza, una rottura, una decisione sofferta che non sarà indifferente nell’ictus che lo colpì pochi mesi dopo.
Rimase protagonista anche dopo, scegliendo e promuovendo Berlinguer prima vice segretario, poi dal 1972 segretario, assumendo poi fino alla morte la carica di Presidente del Partito.
Una figura molto amata dalla base e dai quadri intermedi, centrale nelle valutazioni dell’Anpi, protagonista dopo aver vissuto due guerre mondiali e Hiroshima della battaglia per la pace come priorità assoluta. ma complessivamente sottovalutata dagli storici e anche nelle ricostruzioni di molti dirigenti.
Una sottovalutazione che si è manifestata anche recentemente nel film La Grande ambizione, nella ricostruzione della Direzione in cui, dopo l’articolo su Rinascita, Berlinguer illustra per la prima volta la proposta del Compromesso Storico, in cui appare solitaria l’opposizione di Umberto Terracini.
Da diverse ricostruzioni fatte da testimoni diretti o indiretti si racconta una discussione diversa e inusuale. Dopo la relazione di Berlinguer prende la parola Longo che farà il discorso più breve fatto fino allora in una Direzione:
-Non sono d’accordo con la proposta di compromesso storico. Il popolo non la capirà, la classe operaia non ce la perdonerà”
Berlinguer rompendo una prassi consolidata risponde immediatamente senza aspettare di farlo nelle conclusioni, accentuando i rischi della situazione cilena, mettendo in rilievo le analogie sulle caratteristiche dei due paesi. Longo risponde nuovamente subito, ancora più sintetico
“Dimentichi che a differenza del Cile in Italia c’è stata la Resistenza”
Più avanti nel corso dei mesi Longo articolò in modo profondo e analitico il suo dissenso che per vie e motivi diversi attraversava la base del Partito, ma senza mai oltrepassare i limiti di una discussione franca e fraterna. La Dc veniva comunque mandata all’opposizione nel governo delle grandi città; alcuni indubbi risultati, soprattutto nel biennio 1975-76 mostrarono la fondatezza per alcuni aspetti della proposta politica, ma poco dopo anche tutte le contraddizioni. In particolare con i movimenti giovanili del Settantasette con cui Berlinguer non riuscì a instaurare un rapporto come Longo aveva fatto con il Sessantotto.
In fondo il compromesso storico non durò molto. Sette anni. Nel Novembre dell’80 a Salerno, durante il terremoto, Berlinguer di fatto ripropone la necessità di una Alternativa. Ma Longo era morto appena un mese prima e non fece in tempo a vedere la svolta.
Il Gallo Rosso aveva dato la sveglia, ma il suo Partito non l’aveva sentita subito.
