di Unlike *—-

C’è un tratto di costa, tra la foce del Tevere e Focene, che a guardarlo dall’alto sembra ancora respirare. Dune basse, canneti, il fiume che si allarga come una mano aperta prima di consegnarsi al mare. Chi ci è cresciuto sa che è un paesaggio fragile, fatto di sabbia che si sposta e acqua che torna a prendersi ciò che le appartiene.

Su quella mano aperta, da anni, si posano progetti come colate. Il porto commerciale in costruzione a nord. Il porto crocieristico al vecchio Faro di Isola Sacra, con navi alte come palazzi e un milione di passeggeri l’anno, che il Tar a luglio ha fermato perché lo si voleva far passare per un semplice porto turistico. E adesso, stando alle carte della VAS lette dai Tavoli del Porto, spunterebbe la proposta di un gruppo privato per un’altra infrastruttura portuale, a ridosso di quella commerciale.

Un porto dopo l’altro, come se il litorale fosse un fondo da mettere a reddito e non un territorio vivo. Ogni volta la stessa liturgia: sviluppo, blue economy, opportunità. Ogni volta lo stesso silenzio su consumo di suolo, erosione, equilibrio idrogeologico, uccelli migratori, su chi qui abita e pesca.

Invece di difendere la sentenza, Comune e ministeri hanno scelto di impugnarla insieme alla società privata. È questo il punto che inquieta più di tutti: le istituzioni schierate dalla parte di chi costruisce, non di chi resta.

Al Comune chiediamo una cosa semplice: dica pubblicamente cosa sa di questa nuova proposta e da che parte sta. Il mare non è una variante urbanistica.

*postato su Fb il 26 settembre 2026