di Laboratorio per l’Alternativa – Municipio 8 *—-

Le grandi città metropolitane italiane vivono oggi una profonda e dolorosa contraddizione e polarizzazione sociale. Questa spaccatura non è un semplice errore di gestione o il ritardo di qualche provvedimento, ma è la colonna vertebrale del potere dei progressisti moderati nelle città. Sulla superficie visibile della metropoli, quella destinata al turismo e ai media, il centro-sinistra mette in scena una vetrina attraente fatta di piste ciclabili, grandi eventi (come le Olimpiadi invernali), inclusività LGBTQIA+ e parole d’ordine sull’ecologia. Dietro questa facciata sfolgorante, però, la realtà materiale per chi ci vive è completamente diversa. Le giunte comunali portano avanti scelte che favoriscono i grandi costruttori, i proprietari immobiliari e i fondi finanziari, mentre la vita quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori è schiacciata dal carovita, dalla carenza di alloggi ad affitti accessibili e dal precariato. Questo sdoppiamento si riflette chiaramente ad esempio a Napoli dove, dietro le promesse sulla gestione dei beni comuni, la giunta Manfredi ha recentemente approvato la trasformazione dell’azienda idrica speciale ABC in una S.p.A. benefit; una svolta societaria che, pur mantenendo il controllo azionario formale del Comune, introduce la logica privatistica del diritto commerciale nel ciclo integrato dell’acqua, disinnescando lo storico modello del “bene comune”. Questa separazione netta tra ciò che un’amministrazione dice e ciò che un’amministrazione fa non è un caso. La mappa elettorale parla chiaro: il centro-sinistra progressista è diventato il rappresentante politico di un blocco sociale ben preciso, formato da chi guadagna con la speculazione immobiliare e commerciale e da un ceto medio benestante che vive di rendita nei quartieri centrali storici o lavora nei servizi culturali.

Sotto la vernice progressista, tollerante e patinata, batte il cuore pulsante di una macchina economica spietata e asettica, rigidamente orientata all’estrazione pura della rendita immobiliare, alla finanziarizzazione del territorio e alla precarizzazione materiale e strutturale della forza lavoro urbana. La cosiddetta “mappa delle città” – quel fenomeno che vede il centro-sinistra e le forze progressiste moderate arroccate nei grandi centri storici, nei capoluoghi, nelle città universitarie e nei nodi strategici dello sviluppo terziario avanzato, mentre la destra identitaria e reazionaria domina incontrastata i territori regionali, le ex zone industriali e le province profonde – non è in alcun modo il riflesso di una superiore sensibilità democratica, civile o etica della cittadinanza metropolitana rispetto a quella rurale e periferica. Essa rappresenta, al contrario, la geografia politica di un blocco sociale d’interesse ben delineato e cosciente di sé. Questo blocco ha individuato nella sinistra moderata e nel progressismo istituzionale il perfetto gestore burocratico, normativo, repressivo e culturale dei processi di accumulazione capitalistica.

È in questa faglia politica che si radica l’efficacia egemonica della destra identitaria e reazionaria a livello nazionale. Laddove il progressismo urbano parla il linguaggio asettico della transizione ecologica e dei diritti civili astratti — percepiti dalle classi subalterne come marchi di lusso esclusivi del “ceto medio riflessivo” — la destra specula sulla desertificazione materiale delle province e delle periferie attraverso una retorica di compensazione psicologica. La sussunzione della rabbia di classe dentro le categorie del sovranismo, della tradizione, dell’identità culturale, del declino della civiltà, della sicurezza e del primato nazionale offre una risposta identitaria a un proletariato atomizzato che ha perso ogni rappresentanza sociale. Il voto alla destra, dunque, non è il sintomo di una generica “regressione culturale” delle periferie, ma la reazione disperata all’esclusione economica operata dalla “città-vetrina”. La destra capitalizza politicamente questa marginalizzazione non per scardinare i rapporti di forza capitalistici — di cui resta fedele custode a livello nazionale — ma per canalizzare il risentimento contro i simboli visibili del privilegio progressista moderato urbano, trasformando il conflitto economico in una guerra culturale tra centro e periferia.

È necessario tuttavia evitare l’errore di considerare l’azione dei sindaci progressisti moderati come l’esito di una pura scelta ideologica o di una maliziosa volontà politica. La conversione dei Comuni in stazioni appaltanti d’assalto è il risultato storico di una brutale e trentennale stagione di definanziamento statale. I tagli sistematici ai trasferimenti correnti dal centro alla periferia, inaugurati con la stagione dell’austerità e cristallizzati dai vincoli di finanza pubblica (come il pareggio di bilancio in Costituzione), hanno privato gli enti locali delle risorse ordinarie per garantire i diritti universali. I Comuni italiani dipendono quasi totalmente da entrate proprie come la tassa di soggiorno, l’IMU sulle seconde case e le addizionali IRPEF. In questa cornice di scarsità artificiale, la cattura dei fondi europei del PNRR e il corteggiamento della rendita immobiliare privata non sono semplici opzioni, ma diventano le uniche vie per il sostentamento contabile dell’ente. La Growth Coalition (coalizione della crescita) si configura quindi come una strategia di sopravvivenza finanziaria per Comuni altrimenti destinati al dissesto strutturale. Tuttavia, se il vincolo di bilancio impone la cattura forzata dei fondi, la volontà politica non viene annullata, ma si esprime attraverso la redistribuzione del sacrificio. È nella selezione qualitativa di quali progetti finanziare che la sopravvivenza contabile muta in precisa scelta ideologica: lo stato di necessità finanziaria non obbliga a favorire la rendita speculativa privata, ma diventa l’alibi tecnocratico per piegare la pianificazione pubblica agli interessi dei grandi operatori, scaricando i costi dell’austerità esclusivamente sulle classi subalterne.

Il discrimine tra la cogenza del vincolo macroeconomico e la responsabilità della scelta politica risiede precisamente nell’omissione di specifiche leve contabili e normative, teoricamente percorribili anche nell’attuale quadro di austerità. Il Comune non è infatti privato della facoltà di rimodulare la fiscalità locale in chiave progressista, ad esempio attraverso l’innalzamento mirato delle addizionali IRPEF e delle aliquote IMU sui grandi patrimoni immobiliari e commerciali, vincolandone i proventi alla manutenzione straordinaria dei moduli ERP (case popolari). Allo stesso modo, lo stato di necessità finanziaria non giustifica l’asimmetria tecno-politica della progettazione, che vede le strutture comunali mobilitarsi per intercettare i fondi PNRR ad alta intensità di capitale infrastrutturale, abdicando sistematicamente alla candidatura dello stock abitativo pubblico ai bandi di efficientamento edilizio. Infine, la Growth Coalition si esprime nella rinuncia a esercitare la potestà regolatoria e di condizionalità sociale: l’ente locale conserva il potere di subordinare i permessi di costruire e le varianti urbanistiche alla cessione di quote vincolate di edilizia sociale e all’adozione di clausole di salario minimo negli appalti, ma sceglie deliberatamente di azzerare tali tutele per non deprimere il tasso di profitto della rendita privata.

Per capire come funzionano queste città, bisogna usare la formula del “neoliberismo progressista” teorizzata dalla filosofa politica Nancy Fraser. In Italia, questo meccanismo si traduce in un vero e proprio estrattivismo sociale: un dispositivo economico e biopolitico che non si limita a sfruttare il territorio, ma mette a valore e cannibalizza il lavoro di cura non retribuito, le reti di riproduzione sociale e la cooperazione dal basso. Quella che dovrebbe essere una spontanea cura delle relazioni e del territorio, mossa da logiche di prossimità e mutualismo, viene così prosciugata dalle istituzioni locali e convertita in asset commerciali e servizi low-cost per il turismo di massa e la rendita. Il potenziale d’uso della metropoli come bene collettivo — inteso come spazio democratico di riproduzione della vita, sottratto alle logiche del profitto — viene programmaticamente annientato. Eppure, Jane Jacobs, già negli anni Sessanta, mostrava come la vitalità delle città dipendesse dalla qualità delle relazioni sociali, dalla mescolanza delle funzioni urbane e dalla presenza di spazi pubblici vivi. Più recentemente, Richard Sennett ha insistito sul fatto che una città aperta e ben progettata favorisce non solo la convivenza, ma anche la capacità democratica di una società. L’urbanistica, dunque, non è una questione tecnica separata dalla politica: riguarda il modo in cui le persone abitano insieme lo spazio comune.

Attraverso uno sdoppiamento pianificato, il Comune attua invece una precisa strategia di divisione sociale: concede spazi di visibilità e tutele simboliche a quella parte di minoranze, studenti e giovani professionisti in grado di integrarsi nei circuiti del consumo culturale della “città-vetrina”. Questo riconoscimento di facciata serve a legittimare l’altra faccia della medaglia: il via libera totale ai grandi costruttori, la distruzione del welfare pubblico e una barriera burocratica che respinge i soggetti più poveri e non integrabili, come gli occupanti per necessità e i migranti precarizzati, privandoli dei diritti minimi di sopravvivenza. La città cessa così di essere un’istituzione di prossimità volta a garantire i diritti universali di coloro che ci vivono, per mutare la propria natura in una gigantesca stazione appaltante d’assalto al servizio dei fondi di investimento internazionali e dei ceti sociali medio-alti della rendita fondiaria.

Questo testo si propone l’obiettivo scientifico e politico di smontare pezzo per pezzo il dispositivo del neoliberismo progressista urbano, svelandone le ipocrisie intrinseche e le ricadute materiali. L’indagine penetrerà all’interno dell’economia politica della metropoli contemporanea per mappare le forme di questo estrattivismo sociale: una prassi amministrativa che estrae sistematicamente valore dal lavoro povero, dalla vulnerabilità giuridica dei migranti e dal precariato cognitivo, lasciando alle classi subalterne solo i costi ambientali e l’espulsione geografica. Verranno analizzati dettagliatamente i legami d’affari organici che stringono le giunte municipali ai ceti sociali medio-alti che operano nella speculazione, alle grandi imprese di costruzioni e immobiliari e ai signori della ristorazione commerciale e dell’entertainment turistico. Al contempo, il testo metterà in luce i meccanismi sociali e giuridici attraverso cui questo sistema produce la sottomissione programmata del lavoro precario e povero, evidenziando come la vulnerabilità giuridica dei lavoratori migranti e razzializzati non sia un incidente di percorso, bensì un pilastro strutturale e insostituibile per garantire i tassi di profitto della “città-vetrina”.

Infine, un’attenzione specifica sarà dedicata alle raffinate strategie di neutralizzazione preventiva e di cooptazione economica del dissenso. Nelle città governate dalle coalizioni di centro-sinistra, il conflitto sociale spontaneo e l’autogestione no-profit non vengono semplicemente repressi tramite la forza poliziesca degli sgomberi – dinamica comunque ampiamente e spregiudicatamente praticata – ma vengono asfissiati burocraticamente attraverso il meccanismo alienante del bando pubblico. Il dissenso radicale viene così sussunto all’interno delle logiche del mercato e del Terzo Settore amico, trasformando la vecchia militanza di classe in gestione privata di servizi culturali compatibili con l’economia del turismo di massa.

Attraverso una mappatura rigorosa delle nuove geografie dell’esclusione e analizzando il crollo sistematico dell’affluenza elettorale nei quartieri popolari, questo testo intende dimostrare come l’astensionismo politico di massa non sia il sintomo di una generica apatia culturale, bensì il riflesso materiale di una frattura democratica. Lungi dall’essere una scelta rivoluzionaria consapevole, la diserzione dalle urne rappresenta l’esito finale di un cortocircuito multifattoriale — alimentato da sfiducia istituzionale, precarizzazione esistenziale e assenza di un’offerta politica percepita come credibile — che di fatto priva le classi subalterne di una reale rappresentanza di fronte a un regime amministrativo orientato alla rendita. Rompere il ricatto del “male minore” e rifiutare il disciplinamento ideologico basato sul richiamo astratto all’antifascismo elettorale diventa, quindi, il primo e ineludibile passo per riconquistare un punto di vista indipendente, conflittuale e radicale sul governo delle nostre città e sul nostro comune diritto alla metropoli.

*postato su Fb il 16 settembre 2026