di Daniela Alessandri—-
Non è stato soltanto un concerto, ma un atto di attraversamento politico sonoro. Di culture oppresse, di resistenze, di memorie che rifiutano di essere cancellate. Nell’Auditorium “Jojo” di Spin Time Labs, sabato sera 21 marzo, con un grande “NO” che fa da sfondo e ci impegna tutte e tutti, Lorenzo Sansoni e il coro a cappella Goccia di Voci It hanno portato in scena Polifonie dal mondo, un progetto che intreccia ricerca musicale e militanza civile esplicita – e il nuovo album omonimo, appena pubblicato, ne è la testimonianza discografica.
Fin dalle prime note il pubblico è stato immerso in un paesaggio sonoro che non nasconde le sue urgenze: voci che costruiscono architetture complesse, senza strumenti, ma con una tensione collettiva che parla di lotte condivise. Le polifonie tradizionali – scelte con cura non casuale – hanno tracciato un itinerario geopolitico preciso: dalle sonorità modali del Medio Oriente e del Maghreb, ai richiami ritmici di tradizioni africane subsahariane, al Mediterraneo ferito, all’Europa orientale segnata da nazionalismi e migrazioni forzate, fino alla potenza spirituale e insurrezionale della tradizione haitiana.
Il coro ha evitato con rigore ogni deriva folkloristica o esotizzante. Gli arrangiamenti contemporanei di Sansoni non “rispettano” le origini: le attualizzano, le rendono armi di presenza politica per un pubblico romano che è testimone e vive la crisi abitativa, migratoria e di guerra. Le voci si muovono come un organismo solidale, alternando sospensioni quasi funebri a esplosioni ritmiche carnali, quasi a ricordare che la polifonia non è armonia pacificata, ma negoziazione tra differenze in lotta.
Tra i momenti più densi e potenti della serata, il brano palestinese Sheel Sheel Ya Jamali (tradizionale, “Porta, porta, o mio bello”) ha segnato uno stacco netto e ineludibile. Si tratta di un antico canto popolare palestinese, radicato nella tradizione beduina e di carovana del Levante, originariamente un canto di lavoro o di trasporto (sheila) con ritmo ipnotico e ripetitivo che invita al coro collettivo. Nelle versioni contemporanee, specialmente da Gaza, è diventato un inno di resistenza e denuncia: mescola immagini di cura per il corpo di un martire (portato su cammello, affidato a Dio) con una condanna esplicita all’oppressore.
Nella versione arrangiata da Lorenzo Sansoni, Sheel Sheel Ya Jamali non è stata un omaggio nostalgico, ma una testimonianza politica esplicita e contemporanea. Il coro ha costruito una tessitura polifonica stratificata: le voci principali mantengono la linea melodica dolente, cantilenante, evocando il lamento materno e il dolore collettivo; contemporaneamente, altre voci creano un drone basso, teso, incessante – un ronzio meccanico, alieno, che simula il suono ossessivo dei droni militari israeliani. L’ascoltatore non può più “godere” il brano in modo passivo; deve confrontarsi con la realtà del cielo armato, del genocidio ancora in corso, della vita sotto occupazione permanente, dove persino il canto deve incorporare il rumore del nemico per resistere.
Sheel Sheel Ya Jamali si è trasformata così da canto di resistenza storico a denuncia viva: la tradizione si intreccia con la cronaca, la memoria con il presente. In quel passaggio, più che in ogni altro, la ricerca musicale ha mostrato la sua capacità di tenere insieme estetica e realtà, rendendo l’ascolto non neutro, ma complice o solidale.
Altri brani – dal repertorio sefardita (Morenika, segnata da espulsioni e diaspora) alle polifonie bulgare (eredità di un’Europa orientale sfruttata e marginalizzata) – hanno rafforzato questa linea: scegliere tradizioni di popoli storicamente subalterni o sotto occupazione non è neutro. È una presa di posizione contro l’egemonia culturale occidentale, contro le narrazioni dominanti che cancellano le voci del Sud globale.
In un momento in cui Spin Time rischia lo sgombero – dopo Torino, Milano, le altre esperienze simili – il concerto ha assunto il valore di un gesto di solidarietà attiva. Riportare l’attenzione su questo spazio, riconoscerne il ruolo insostituibile di laboratorio di convivenza multietnica, ribadire che un’altra città è possibile: non quella della speculazione e della repressione, ma quella costruita sulla solidarietà e sul diritto all’abitare.
Non a caso proprio qui hanno risuonato musiche nate da incontri forzati, da resistenze, da mescolanze che il potere vorrebbe impedire. Le polifonie, per loro natura, non annullano le differenze: le mettono in relazione dialettica, le fanno dialogare in tensione creativa.
Questo è stato il messaggio più radicale della serata: ciò che funziona nella musica – ascolto reciproco, costruzione collettiva senza gerarchie – può e deve funzionare nella società. Le voci, quando si ascoltano davvero, non si sovrappongono: si potenziano a vicenda.
Applausi lunghi, commossi, non solo per l’eccellenza artistica, ma per ciò che quel concerto ha incarnato: un’alleanza tra cultura e politica emancipatrice, senza bisogno di slogan. A Spin Time, per una sera, il mondo non è stato solo cantato: è stato difeso con la voce.
Info di contatto:https://www.facebook.com/gocciadivociit
per ascoltarli: https://open.spotify.com/artist/235hyIJz5HwtiTYuxXiMVm?si=9WuygKzoThetFAh4qzZj1A
