di Daniela Alessandri—- 

Il presidio di domenica 16 novembre (Giornata mondiale Vittime della strada) in via Cristoforo Colombo non è stato soltanto un momento di denuncia.
Nel 2024, secondo i dati ufficiali ISTAT–ACI, in Italia si sono registrati oltre 173 mila incidenti con feriti: quasi 3.000 vittime e 234 mila persone lesionate. Tre quarti degli incidenti avvengono in ambito urbano, dove l’eccesso di velocità, la distrazione e le infrazioni sistematiche al Codice della strada diventano un mix letale. Il costo economico supera i 18 miliardi l’anno, tra spese sanitarie, danni materiali e giornate di lavoro perdute. Ma il costo umano è incalcolabile: la vita non è una variabile negoziabile.

A Roma, solo nei primi mesi del 2025, si contano 97 vittime in città e 160 nell’intera area metropolitana. Un dramma quotidiano che investe pedoni, ciclisti e automobilisti, e che riflette una struttura viaria ancora dominata dalla logica del traffico veloce.

È dentro questo quadro che si colloca l’iniziativa di domenica. Alle 10, diverse centinaia di persone si sono radunate nel tratto della Colombo che scorre letteralmente a ridosso delle abitazioni, nello stesso punto in cui tre anni fa venne ucciso Francesco Valdiserri, investito da una ragazza sotto effetto di sostanze mentre camminava sul marciapiede. Il presidio ha voluto ricordare tutte le vittime della strada e ribadire un principio che ogni metropoli contemporanea ha ormai assunto come non rinviabile: le strade urbane devono essere progettate per ridurre la velocità e proteggere la vita di chi le attraversa.

La Colombo, però, rappresenta ancora l’esatto contrario. Con le sue cinque corsie per senso di marcia (tre centrali e due laterali, più della A1), velocità effettive quasi sempre superiori ai limiti, attraversamenti pericolosi e totale assenza di continuità ciclopedonale, questa arteria continua a funzionare come una radiale autostradale impiantata dentro un tessuto urbano densamente abitato. Il risultato è un tasso di incidentalità fra i più alti della capitale e un quartiere diviso in due da un’infrastruttura che non risponde più alle esigenze di una città vivibile.

Dal presidio è emersa una piattaforma chiara, coerente con le migliori pratiche europee di traffic calming e sicurezza stradale:

  1. Limite 30 km/h nei tratti urbani ad alta densità abitativa, con controlli elettronici permanenti (autovelox e photored).
  2. Attraversamenti protetti e rialzati, con isole salvagente, restringimenti di carreggiata e temporizzatori acustici e visivi.
  3. Pista ciclabile protetta e continua lungo tutto l’asse, con cordolo di separazione, come già avviene in diverse capitali europee.
  4. Chiusura notturna delle tre corsie centrali, sul modello della Tangenziale, per evitare velocità fuori controllo nelle ore a basso traffico.

Molti partecipanti hanno sottolineato come la trasformazione della Colombo rappresenti un banco di prova per un nuovo standard di progettazione urbana a Roma. “Non possiamo continuare a considerare normale che una strada urbana funzioni come un’autostrada”, ha chi è intervenuto  alla manifestazione. “Gli strumenti per invertire la tendenza esistono e sono ampiamente sperimentati: serve solo la volontà politica di applicarli.”

Il presidio si è chiuso con un impegno condiviso: proseguire la mobilitazione finché la sicurezza delle persone non sarà posta al centro della progettazione urbana. Perché — come ricordato dagli organizzatori — una città vivibile non nasce da un progetto calato dall’alto, ma dalla forza delle comunità che la abitano e la difendono.

Una nota: durante il presidio qualcuno ha rilevato le velocità di auto e moto…..