di Elena Mazzoni—-

L’incontro organizzato dalla lista Pace Terra Dignità, venerdì 31 maggio alla Casa internazionale delle Donne, che ha visto Lidia Ravera e Pasqualina Napoletano a dialogo con me e Ginevra Bompiani, è stata l’occasione per riflettere sull’evidenza che esiste un nesso stringente tra guerra e patriarcato, su cui i femminismi hanno riflettuto molto.

Eppure nel dibattito pubblico esso è totalmente rimosso.

È evidente come la cultura dominante sia una cultura gerarchica di guerra e di violenza, in cui la militarizzazione è presente in ogni ambito:  siamo in un mondo in guerra, nella realtà, nelle pratiche e nelle parole.

La guerra dimostra l’incapacità, intrinseca alla cultura patriarcale, di accettare l’esistenza nel mondo dell’altr@, del diverso da sé, di più soggetti dialoganti fra loro, sottomettendo tutte le soggettività diverse

Con questo non si intende assolutamente dimenticare che le cause scatenanti delle guerre sono sempre le stesse ciniche ed eterne ragioni di interesse economico e politico, ma le radici storiche delle guerre risiedono nell’ordine simbolico patriarcale ovvero nella costruzione storica dei modi di essere donne e uomini, imperniata ovunque sul binarismo di genere, sulla gerarchizzazione, sull’affermazione di una virilità aggressiva che legittima socialmente la violenza contro le donne e i soggetti altri, codificando il potere di un solo genere, trasformando l’altr@ in nemico e portando a percepire come necessario e giusto l’ordine materiale e mentale della guerra.

Il femminismo ha sicuramente contribuito ad analizzare e decostruire il tema della violenza, e dunque a demitizzare le retoriche della guerra, del militarismo e del patriottismo virile: per il femminismo la violenza è chiaramente espressione della volontà di dominio e l’uccisione è la massima espressione di questa volontà di dominio, come teorizzato dalla Butler in “La forza della nonviolenza- Un vincolo etico-politico” .  Femminismo e pacifismo, in quanto saperi inediti, assumono come punto di vista quello dei soggetti “imprevisti”, ovvero lo sguardo di chi non è in una posizione di dominio e nemmeno di uguaglianza. Sono prospettive promosse da chi subisce forme sistematiche di oppressione, come il patriarcato e la guerra.

Dal momento che la guerra è intrinseca al sistema patriarcale, non si può pensare di sconfiggerla senza sciogliere il nodo del patriarcato che sopravvive in tutte le società e le religioni, e che purtroppo è stato spesso introiettato anche dalle soggettività oppresse. Le stesse donne, talvolta, si appropriano dei valori patriarcali più brutali, praticando il femminismo dell’uguaglianza che ha portato all’emersione di figure di donne assolutamente maschili come la Von der Leyen, la Metsola, IL Presidente del Consiglio, come ci tiene ad essere definita Meloni.

Femminismo e pacifismo vantano dunque un ricco patrimonio condiviso. Non a caso, le pratiche politiche femministe sono un laboratorio di agire nonviolento, a differenza di quanto caratterizza l’agire politico maschile. La pratica femminista dimostra non solo che la nonviolenza è possibile ma che è anche molto feconda, che è forza trasformatrice, non debolezza, ma radicalità.

Da questo partiamo, per costruire un grande movimento pacifista intersezionale, che passi dalle elezioni europee dell’ 8 e 9 giugno ma che lì non si esaurisca perché chi vuole la Pace, deve preparare la Pace.