di Aurelia Cellitti—-
Quando ho sentito la parola Naza automaticamente ho pensato a nazismo. Devo dire che la mia associazione, dopo aver visto il documentario, non mi è sembrata molto lontana dalla verità.
Un ufficiale israeliano intervistato si interroga con angoscia: “Penso ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?”
Naza vuol dire “danno collaterale”. Per colpire un obiettivo strategico non ha alcuna importanza se muoiono intere famiglie: il sistema israeliano si adatta perfettamente a questa regola.
È notte.
Sui tetti di Tel Aviv ventiquattro tra militari o appartenenti ai servizi segreti israeliani vengono intervistati. I volti e le voci sono alterati. Si vedono solo dei profili.
È buio.
Sullo sfondo si stagliano i palazzi della città. Le finestre sono illuminate. Un paesaggio che riporta immagini di vita quotidiana notturna: c’è chi guarda la televisione, chi legge, chi abbassa la tapparella.
Uno dei militari dice con quieta indifferenza “Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale”.
È tutto normale quindi, come se a sessanta chilometri di distanza non ci fossero morte e distruzione.
Quando si chiede agli intervistati di illustrare i sistemi di controllo con carta e penna tutta quella tecnologia si trasforma in “scarabocchi”. Intercettazioni sofisticate e intelligenza artificiale finiscono rappresentate attraverso punti, linee e rettangoli disegnati su un foglio. Una vita può ridursi alla posizione di un puntino su una mappa. E se ci sono danni collaterali e se i bambini urlano terrorizzati peggio per loro.
Non può essere diversamente: è lo sguardo di chi uccide premendo un bottone.
Si utilizzano i telefoni dei palestinesi per intercettare messaggi e telefonate al fine di decidere il momento dell’attacco.
Uno dei sistemi è denominato “Where’s Daddy?” per stabilire se l’obiettivo è nella propria casa.
“Papà e casa”: due parole che dovrebbero dare sicurezza ed invece diventano una condanna a morte.
Per un obiettivo di particolare importanza, sarebbe stata presa in considerazione un’operazione nella quale si prevedevano fino a 500 vittime civili.
Gli intervistati non hanno tutti lo stesso atteggiamento. In alcuni c’è un briciolo di dubbio. Ma sono pochi. I più si sentono i migliori della città, i più preparati tecnicamente e i più “di sinistra (sic)”. Uno degli intervistati dichiara tranquillamente: “Come quando si gioca alla Play Station, colpendo gli obiettivi si prova una sorta di eccitazione”. È la disumanizzazione all’ennesima potenza. Non ci si deve porre domande. Non si deve pensare. Si deve ciecamente credere nel sistema.
Gaza si vede solo negli ultimi fotogrammi. .
Un uomo inginocchiato davanti ad un cumulo di macerie chiama disperatamente, ma inutilmente, i propri cari. Questo è il risultato di tutta quella tecnologia senza emozioni, agghiacciante e di quel pensiero aberrante che è il sionismo.
Al termine della visione mentre i titoli di coda scorrono e le luci si accendono in sala c’è un silenzio assordante. Nessuno si muove. Nessuno parla. Siamo tutti sconvolti.
Si sapeva già molto ma sentirselo dire con tanta naturalezza è un pugno nello stomaco.
Elementi positivi sono una sala gremita e la presenza di moltissimi giovani.
Merito dei due autori del documentario, Yuval Abraham e Rachel Szor, è di aver raggiunto, con questi ventiquattro personaggi, lo scopo di mettere davanti al mondo quello che Netanyahu, e non solo, nega.
È UN GENOCIDIO!
