di Loredana Fraleone—-

Se persino alcuni quotidiani on line non benevoli verso il Comitato viterbese per l’acqua pubblica, pur criticando alcuni contenuti dell’iniziativa del Comitato “Non ce la beviamo”, hanno dovuto riconoscere che il teatro del Murialdo, dove si è svolta, era gremito vuol dire che si è colpito nel segno.

Il segno voleva essere quello della tutela del bene primario che è condizione per la vita degli umani, degli animali e delle piante. La questione infatti è stata affrontata in tutti i suoi aspetti, da quello della gestione privatistica, ai problemi relativi alla salute per la presenza dell’arsenico e non solo, dalle bollette lievitate a percentuali vertiginose all’impatto ambientale delle captazioni da laghi e fiumi, sempre più disinvolte da parte di una multinazionale come ACEA.

Paola Celletti, portavoce del Comitato “Non ce la beviamo”, Antonella Litta dell’ISDE (medici per l’ambiente), rappresentanti dell’associazione Abaco e della “Balia dal collare” di Rieti, impegnati nella descrizione degli effetti e delle motivazioni del raddoppio del Peschiera, hanno ricostruito tutti gli aspetti che rendono oggi l’acqua una merce cara e insicura nella sua qualità, nonostante che il referendum del 2011 ne avesse a larghissima maggioranza stabilito la connotazione di bene comune non mercificabile.

La gestione privatistica, con una presenza sempre più ingombrante di ACEA, onnipresente nel Lazio, si preoccupa com’è ovvio dei dividendi per i propri soci, garantendo grandi profitti a personaggi come Caltagirone, noto magnate dell’edilizia romana. Viene messa in mora così la ristrutturazione di una rete di distribuzione colabrodo, che disperde quasi metà dell’acqua in circolazione e per la quale, in un ottica di bene pubblico, dovrebbero essere reinvestiti i soldi ricavati dalle bollette sempre più esose.

Non vi è nessun rispetto per l’ambiente e le stesse risorse idriche di una Regione che ne è ricca, ma proprio per questi meccanismi legati al profitto, non si avvale di ciò che indicano studi universitari come quello della Tuscia, ma si sfruttano le acque dei laghi, riducendone i livelli, prima Bracciano, ora quelli dei Castelli romani, che saranno colpiti ancora più duramente dalla costruzione dell’inceneritore, voluto dal sindaco di Roma Gualtieri e che richiederà una consistente quantità di acqua.

“Nell’affare” dell’inceneritore ancora una volta ACEA, presente per la realizzazione anche nell’inutile e dannoso raddoppio del Peschiera, che comporterà una spesa per le nostre tasche di circa un miliardo e mezzo, solo in partenza, quando sarebbero disponibili misure alternative a partire dal recupero della ingente dispersione idrica.

La privatizzazione strisciante dell’acqua, con tutte le sue conseguenze, di costi economici, ambientali e per la salute, che non conviene affrontare da chi vede in questa risorsa primaria solo un affare, deve ridiventare un terreno di partecipazione e mobilitazione. L’assemblea del Murialdo, da questo punto di vista, fa ben sperare.