di Daniela Alessandri—-

Sabato 10 gennaio il centro di Roma ha visto una significativa mobilitazione di solidarietà verso il Venezuela, con un corteo da Piazza dell’Esquilino all’Ambasciata degli Stati Uniti. La piazza ha reagito con forza all’intervento militare statunitense che ha portato al rapimento e deportazione  del presidente venezuelano  Maduro e della moglie Celia Flores, e la grave  violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale. I partecipanti hanno espresso un messaggio chiaro: la solidarietà internazionale non può limitarsi a slogan, ma deve essere un impegno politico concreto contro le ingerenze belliche e le imposizioni esterne.

L’azione militare degli Stati Uniti in Venezuela, presentata da Trump come una risposta al presunto narcotraffico perpetrato da Maduro, richiama storicamente decenni di interventi nella regione, dalla dottrina Monroe alle pratiche più recenti di imposizione di sanzioni e strumenti di pressione economica e militare. 

Accanto alla denuncia dell’azione in Venezuela, la mobilitazione romana ha sollevato preoccupazioni per la situazione di Cuba, che rischia di essere coinvolta in un’escalation regionale. La recente pressione statunitense comprende ultimatum e la minaccia di interrompere forniture vitali di petrolio — già fortemente limitate per l’isola a causa del permanente bloqueo

Questa dinamica non si limita a singoli episodi: è sintomatica di un riemergere dell’imperialismo occidentale su scala globale, dove la pretesa di stabilire “ordine” o “sicurezza” attraverso la forza viene sempre, in realtà,  motivata da  calcoli strategici ed economici. Gli interventi militari di potenze occidentali dal Medio Oriente all’America Latina hanno prodotto, negli ultimi decenni, lunghi periodi di instabilità, deterioramento delle condizioni materiali delle popolazioni locali e profonde ferite sociali. La mobilitazione di sabato non si è quindi limitata a una protesta di solidarietà, ma si è trasformata in un momento di analisi critica delle strategie di potere che mettono a rischio la pace e l’autodeterminazione dei popoli.

In questo quadro, la piazza ha ribadito l’urgenza di promuovere un’alternativa alle logiche di intervento militare e di dominio geopolitico: un mondo in cui le relazioni internazionali siano basate sul rispetto reciproco, sul dialogo e sulla cooperazione senza coercizione esterna. 

La mobilitazione di Roma rompe la semplice cronaca e si afferma come un atto politico necessario contro un ordine mondiale fondato sulla violenza e sulla guerra permanente, funzionale al dominio delle potenze occidentali. Un sistema che impone la propria egemonia con le armi, le sanzioni e il ricatto economico, violando la sovranità dei popoli e negando l’autodeterminazione. In questo quadro, il rifiuto dell’imperialismo non può che tradursi in una critica radicale alla Nato, pilastro militare di questo modello di dominio: non un’alleanza difensiva, ma uno strumento di aggressione e destabilizzazione globale. Dire No alla Nato significa oggi opporsi alla militarizzazione del mondo e alla normalizzazione della guerra come forma ordinaria di governo delle crisi.