di Francesca D’Amato—-

Cresce la mobilitazione nella Valle del Sacco: “Riconvertire le fabbriche di morte”

Una mobilitazione sempre più ampia e determinata sta caratterizzando la Valle del Sacco, dove la comunità si oppone al ruolo del territorio come avamposto dell’industria bellica: la manifestazione del 26 ottobre a Colleferro, indetta dalla rete “Disarmiamoli – Valle del Sacco”, ha rappresentato un momento significativo per la comunità. Dopo le iniziative di solidarietà per il popolo palestinese e i presidi di protesta contro i nuovi progetti guerrafondai che tentano di infestare il nostro territorio, quest’ultimo corteo è stato accolto con grande entusiasmo, vedendo una partecipazione numerosa non solo dai parte dei colleferrini, ma anche dai cittadini provenienti dai comuni limitrofi e dalla capitale. Organizzazioni, studenti, sindacati, famiglie e pensionati hanno unito le loro voci per sostenere delle rivendicazioni chiare: 

  • riconvertire le fabbriche di morte;
  • fermare il piano di riarmo;
  • dire basta alla complicità con il genocidio e con le guerre di tutto il mondo.

La manifestazione ha sfidato il maltempo partendo alle 14,30 dai giardini adiacenti alla stazione ferroviaria per culminare a piazza Italia, dove sul palco si sono tenuti gli interventi degli ospiti principali: Yousef Salman, Ghada Shihadeh, Elena Pasquini, Emad Ali e Futura D’Aprile, più il contributo dei partecipanti.

La protesta unisce una ferma opposizione umanitaria alla guerra a una critica delle sue concrete conseguenze economiche e ambientali, nel nostro paese e al di fuori di esso. Il territorio della Valle del Sacco ospita infatti due realtà cruciali: la sede principale di Avio (il cui maggior azionista è Leonardo s.p.a), produttrice di missili e satelliti, e il progetto di espansione dell’azienda franco-tedesca KNDS nello stabilimento ex-Winchester di Anagni, il quale, se portato a termine, prevederebbe la produzione di 40 tonnellate mensili di nitrogelatina, una sostanza esplosiva e altamente sensibile, necessaria per le munizioni.

Nello specifico, parliamo di 11 capannoni distribuiti su una zona di 2500 metri quadri, pericolosamente vicina ad aree abitate.

A gravare ulteriormente sulla comunità è il pesante costo ambientale. La zona è infatti storicamente segnata da livelli di inquinamento eccessivi, come quello del fiume Sacco, la cui bonifica procede con estrema lentezza nonostante l’area sia stata dichiarata Sito di Interesse Nazionale quasi vent’anni fa. Un annoso fardello che continua a danneggiare la salute dei cittadini.

Inoltre, sebbene non vi sia ancora certezza assoluta, le ultime investigazioni giornalistiche di “Altraeconomia” evidenziano come il munizionamento prodotto dalla KNDS sia compatibile con l’artiglieria israeliana. Ciò che possiamo invece stabilire con sicurezza è che gli accordi recentemente stipulati da KNDS con aziende statunitensi permetterebbero a Washington di esportare più agevolmente munizioni verso Israele, senza intaccare i propri magazzini.

Questa espansione dell’industria bellica avviene in un contesto di record della spesa militare globale, ma i suoi profitti spesso non si traducono in benessere diffuso, nemmeno per i suoi lavoratori, anzi: proprio quest’estate, i dipendenti Avio avevano scioperato per chiedere maggiore sicurezza sul posto di lavoro e paghe dignitose. 

Una situazione amaramente ironica se si pensa ai notevoli profitti registrati dall’azienda, specialmente nel corso di questi ultimi anni (+33 mln di ricavi dal 2022!). Ma in fondo, si sa: il signor padrone ha sempre più fame di quelli che affama egli stesso.

Di fronte a queste contraddizioni, l’obiettivo non è la chiusura: bisogna da un lato impedire la nascita di nuovi stabilimenti bellici, e dall’altro pretendere un cambio di destinazione produttiva delle fabbriche già esistenti, in modo da impiegare le tecnologie e le competenze esistenti per fini socialmente utili, come la bonifica accelerata del territorio, lo sviluppo di energie pulite e una produzione a beneficio del settore pubblico. Una proposta che mira a garantire un’occupazione stabile e di qualità, spezzando finalmente la complicità che sussiste con il genocidio a Gaza e con le guerre di tutto il mondo, dall’Ucraina al Sudan