di Giovanni Ammendola—-
In una grande capitale dell’Occidente, Roma, un uomo, che chiameremo Bill, entrò in ospedale per togliere una piccola ciste, un intervento definito “di routine”.
Durante l’operazione, però, qualcosa andò storto: uno dei suoi polmoni venne perforato e iniziò a collassare. Il primo ospedale fece una scoperta imbarazzante: non aveva una terapia intensiva.
Trasferimento d’urgenza.
Nel secondo ospedale tentarono di salvare il polmone, ma senza successo. Solo allora si resero conto di un altro dettaglio: mancava una sala operatoria adeguata.
Nuova corsa in ambulanza.
Il terzo ospedale, il più moderno e celebrato, aveva finalmente chirurgo e sala. Il polmone fu ricucito, Bill si salvò.
Ma l’ospedale iperattrezzato non aveva nemmeno un posto letto disponibile per l’emergenza appena risolta.
Ancora un trasferimento. Ancora una corsa.
Alla fine Bill guarì e gli dissero che sarebbe tornato presto a casa: le degenze, ormai, durano il minimo indispensabile.
I governanti della Regione Lazio continuano a dire che la loro sanità è tra le migliori del mondo.
Ed è vero: Bill è vivo.
Ma resta una domanda, difficile da ignorare: se per salvare un uomo servono tre ospedali e molta fortuna, che ne è di chi la fortuna non ce l’ha?
