di Barbara Tamanti—-
Torniamo ancora sulla questione caregiver familiare e cura delle persone con disabilità
Le attenzioni passano certamente dai servizi sociali ma, come spesso diciamo. anche dal grado di inserimento sociale dell’intero nucleo familiare e per questo al centro dei progetti dovrebbe essere messa non solo la persona con disabilità ma l’intera famiglia coinvolta.
Questo non è un dettaglio di poco conto perché quando pensiamo alla disabilità pensiamo subito anche all’assistenza sia che arrivi da un familiare (nel caso del caregiver) o che sia di tipo socio assistenziale o, delle volte, sanitario, in ogni caso questa è sempre rivolta solo e soltanto alla persona disabile, come se il suo nucleo di appartenenza, la sua famiglia, non fosse altro che di “contorno”, buono a fare da sfondo!
Aiutare l’intero nucleo familiare è, invece, una cosa molto importante perché più una famiglia è sana e degnamente inserita nella società, maggiormente sarà in grado di affrontare le problematiche che via via si presenteranno. Viceversa lasciare sole le famiglie può innescare problemi che, accavallandosi, determineranno una pericolosa dinamica, nefasta per la vita delle persone e con il rischio reale di creare importanti criticità fino ai casi limite, quelli che, purtroppo, leggiamo sempre più spesso sui giornali.
Cosa fare quindi in concreto? Iniziamo dall’ascoltare, sostenere e mettere le famiglie con disabile in condizione di conoscere i servizi a loro disposizione fornite dai Comuni e dalle Regioni oltre che dallo Stato, informazioni che troppo spesso le famiglie ignorano e che è compito dell’associazionismo diffondere anche se riesce difficile raggiungere una famiglia laddove questa viva in una “ situazione di isolamento”.
Mettendo in i fila tutti questi elementi quello che salta agli occhi è la necessaria collaborazione tra vari soggetti che si muovono intorno alla persona i quali, insieme, sviluppano (o potrebbero sviluppare) una rete volta a fornire il sostegno necessario sia alla persona sia alla sua famiglia
I conti sono presto fatti: se i servizi mancano, se gli interventi sono radi, è facilmente comprensibile che le fragilità iniziali si sommano a quelle strutturali.
Nello specifico, nella Regione Lazio assistiamo a un vero e proprio dislivello di interventi, con Roma che vanta nei suoi Municipi più servizi rispetto alle Province .
Non ci stancheremo mai di dire che le opportunità, financo la qualità della vita di ogni cittadino, non possono dipendere dal caso o dalla fortuna di essere nati in una città governata con lungimiranza, ma dal fatto che ognuno deve veder riconosciuti i diritti sanciti dalla Costituzione e dalle leggi. Certo, possono essere comprensibili eventuali lievi variazioni nell’attuazione dei servizi, dovuti alle varianti organizzative degli enti che li erogano, ma se un nucleo familiare con all’interno una disabilita’ non risiede in una grande città ma in una piccola provincia deve poter attingere alle medesime opportunita’ di sostegno.
Da questo punto di vista nella nostra regione assistiamo, purtroppo, a modalità di erogazione della “sanità” molto diverse, figuriamoci quando si parla del “sociale”, e per questa ragione monitoriamo le condizioni e raccogliamo testimonianze delle situazioni di disabilità e i dati ci confermano che siamo in una una situazione che va regolata.
La grande mobilitazione dei “caregiver familiari,” che sta montando nel Paese per ottenere una legge e il cui iter seguiamo da anni, dimostra quanto sia unanime e preoccupante il livello di disagio, ma soprattutto quello di insoddisfazione e quanto sia grande il bisogno di cura e assistenza che hanno questi pazienti e le loro famiglie, cosa che dovrebbe far riflettere tutte e tutti.
