di Loredana Fraleone—-
Ci fermiamo per qualche giorno e riprenderemo le pubblicazioni dal 7 gennaio del 2026. L’augurio migliore che possiamo fare a tutt@ coloro che stanno subendo le conseguenze della guerra è che si torni a un mondo di pace, quello che si realizzò, dopo la seconda guerra mondiale, in un periodo brevissimo, ma produttivo di spinte verso regole più civili nelle relazioni tra i popoli.
Sappiamo bene come certi auspici, come tali, siano poco fondati, perché gli interessi delle classi dominanti e dei loro sostenitori, a vario titolo guerrafondai, poggiano su un potere solido, in apparenza inamovibile. Sappiamo anche però, come si è visto con la grande mobilitazione mondiale per Gaza e la Palestina, che se e quando le masse popolari si muovono non c’è potere che non sia costretto a farci i conti.
Per questo il nostro augurio è in realtà una sollecitazione a continuare e incrementare la mobilitazione contro il riarmo e il genocidio strisciante che continua a Gaza, con le armi della fame, dell’assenza di ripari per il freddo e delle cure, per le quali continuano a mancare farmaci e strutture sanitarie. Oltre alle sofferenze e le continue uccisioni a Gaza, da parte dell’esercito israeliano, il mostro coloniale continua a perseguitare contadini e allevatori in Cisgiordania, col taglio degli ulivi e l’uccisione di animali. Siamo consapevoli che in altre parti del mondo, sempre su intervento diretto o istigazione dell’Occidente si verificano altre violenze, altri massacri, come sta avvenendo in Sudan, ma la Palestina è come un paradigma, una trincea che non solo resiste, ma che squaderna in tutta evidenza la natura del colonialismo e di un capitalismo tanto in crisi quanto feroce nelle sue manifestazioni, di cui la guerra, la sospensione del diritto internazionale e l’attacco alla democrazia costituiscono il più inquietante degli scenari futuri.
Anche chi non è direttamente coinvolt@ nella guerra ne subisce le conseguenze, come i popoli europei e quello italiano in particolare, che sta pagando e pagherà in modo ancora più caro l’economia di guerra che governo e opposizione ci stanno propinando.
L’augurio quindi è proprio quello di ribellarsi a tutto ciò che non è inevitabile e dipende anche da noi, dalla nostra capacità di reagire.
L’economia di guerra e il pericolo che comporta anche per un coinvolgimento diretto del nostro paese, è necessario che susciti quell’indignazione che ha mobilitato milioni di persone, per il genocidio di quel popolo e la devastazione di quella terra dove nacque il bambino, che i/le credenti omaggiano in questi giorni, più nel segno dei consumi che di quello spirito religioso portatore del messaggio universalistico di pace e fratellanza.
E’ di grande attualità una poesia del grande poeta romano Carlo Alberto Salustri (Trilussa), fine critico dei potenti del suo tempo.
Natale de guerra
Ammalappena che s’è fatto giorno
la prima luce è entrata ne la stalla
e er Bambinello s’è guardato intorno.
— Che freddo, mamma mia! Chi m’aripara?
Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla?
— Fijo, la legna è diventata rara
e costa troppo cara pe’ compralla…
— E l’asinello mio dov’è finito?
— Trasporta la mitraja
sur campo de battaja: è requisito.
— Er bove? — Puro quello
fu mannato ar macello.
— Ma li Re Maggi arriveno? — È impossibbile
perché nun c’è la stella che li guida;
la stella nun vô uscì: poco se fida
pe’ paura de quarche diriggibbile… —
Er Bambinello ha chiesto: — Indove stanno
tutti li campagnoli che l’antr’anno
portaveno la robba ne la grotta?
Nun c’è neppure un sacco de polenta,
nemmanco una frocella de ricotta…
— Fijo, li campagnoli stanno in guerra,
tutti ar campo e combatteno. La mano
che seminava er grano
e che serviva pe’ vangà la terra
adesso vié addoprata unicamente
per ammazzà la gente…
Guarda, laggiù, li lampi
de li bombardamenti!
Li senti, Dio ce scampi,
li quattrocentoventi
che spaccheno li campi? —
Ner di’ così la Madre der Signore
s’è stretta er Fijo ar core
e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.
Una lagrima amara per chi nasce,
una lagrima dorce per chi more…
dicembre 1916
A PRESTO
