di Giorgio Demurtas—-

Proprio in questi giorni, nelle cucine della Festa di Rifondazione Comunista di Bassano Romano tra gli addetti si è sviluppata una discussione informale e non programmata sulle Case di Riposo e sulle RSA, ovvero sul futuro di molti compagni ormai ultra sessantacinquenni… Mentre si preparava il ricchissimo menù comunista, in poco tempo il dibattito ha coinvolto tutti, prima con un po’ di ilarità sull’ irreversibile destino ma poi via via più seriamente rivangando il passato remoto sulle lotte contro le istituzioni totali degli anni ’60 e ’70 culminate con la chiusura dei manicomi nel 1978 grazie alla legge Basaglia. Immaginare la chiusura delle case di riposo per anziani, sul modello della legge 180 significherebbe affrontare finalmente una profonda riflessione sul modo in cui oggi la società “gestisce” come un business la vecchiaia e con essa la fragilità e la dignità dell’individuo. Se una simile trasformazione avvenisse sicuramente il cambiamento sarebbe radicale, con profonde implicazioni positive seppure con qualche problematica.

I vantaggi di un modello “deistituzionalizzante” delle Case di Riposo per anziani sarebbero evidenti sul piano umano. Come per i pazienti psichiatrici negli anni ’70, anche molti anziani oggi vivono in istituzioni dove l’isolamento, la standardizzazione dei ritmi e la carenza di stimoli ne minano il benessere psicologico. Al burnout non sfuggono neanche gli operatori che talvolta si manifesta con reazioni gravi nei confronti degli ospiti.                                                                                                                                                                            

Chiudere le Case di Riposo significherebbe riconoscere che i “vecchi” hanno pieno diritto a vivere in ambienti più familiari e sociali, meno “concentrazionari” e ospedalizzanti per quanto queste strutture non siano propriamente contumaciali-sanitarie. Si potrebbero, ad esempio, favorire l’assistenza domiciliare o addirittura il “cohousing” intergenerazionale cioè quel modello abitativo nato in Scandinavia negli anni Sessanta del sec. XX e diffusosi successivamente nell’Europa del nord, in Australia, negli Stati Uniti e in Giappone – ma esistono esperienze anche in Italia – che combinano l’autonomia dell’abitazione privata e la condivisione di spazi e servizi comuni da parte di un gruppo limitato di singoli soggetti o addirittura di nuclei familiari. Inoltre si potrebbero praticare altre forme di cura più personalizzate e umane. Si darebbe una vera alternativa alla solitudine insieme a un messaggio forte: la vecchiaia non è una malattia da “mettere da parte”, ma una fase della vita da vivere ancora attivamente con dignità e relazioni significative.

Certo, i rischi e le difficoltà sarebbero numerosi. Le Case di Riposo, spesso rispondono a un’esigenza concreta: molte famiglie non hanno tempo, mezzi o competenze per assistere un anziano che sta perdendo la sua autonomia. Molti/e anziani/e non hanno nessuno. L’alternativa alla Casa di Riposo non può essere semplicemente “riportare a casa” l’anziano, ma può richiedere un massiccio investimento in servizi territoriali, assistenza domiciliare, caregiver professionali, operatori preparati, strutture collettive e anche supporto economico alle famiglie. Richiede una coraggiosa spinta politica come fu, appunto, per la chiusura dei manicomi. Senza questi prerequisiti, la chiusura o la semplice limitazione del numero delle case di riposo a singoli casi estremi rischierebbe di lasciare le persone fragili in condizioni peggiori, magari isolate o affidate a cure inadeguate. 

Come dimostra in molti casi la stessa esperienza post-Basaglia, smantellare le istituzioni senza creare valide alternative può portare a nuove forme di abbandono sociale. Evidentemente non si tratta solo di “chiudere” ma di ripensare profondamente questo sistema di assistenza che metta al centro la persona e le sue relazioni, non solo la riforma degli edifici e dei requisiti. In questo contesto, tocca ancora una volta ai compagni riflettere sul valore del Collettivo cioè un gruppo organizzato di persone in età avanzata che si mettono insieme per condividere esperienze, promuovere interessi comuni, sostenersi reciprocamente e continuare a portare avanti attività sociali, culturali, politiche o mutualistiche… come abbiamo fatto nelle quattro giornate della nostra festa di Rifondazione.