di Maurizio Semplice—-
Ogni giorno milioni di cittadini della Regione Lazio affrontano un incubo ricorrente: spostarsi. Che sia per studio, lavoro o necessità personali, la mobilità – diritto fondamentale in una società moderna – è diventata nella Capitale e in buona parte del suo hinterland un calvario fatto di ritardi, inefficienze, inquinamento e disuguaglianze. Immaginate infatti una città in cui per andare da una parte all’altra si impiegano più ore che su un Intercity Roma-Milano. Una città dove i mezzi pubblici sono rari come panda albini, le strade sono spesso buche con asfalto attorno, e l’unico modo per arrivare puntuali è non partire affatto. Il problema del traffico a Roma, in particolare, non è più solo un disagio locale (divenuto nel tempo un pittoresco luogo comune), ma un’emergenza strutturale che mina la qualità della vita, l’efficienza del sistema economico e la sostenibilità ambientale dell’intera regione.
Un sistema di trasporti frammentato e inadeguato
Il nodo centrale della crisi della mobilità laziale è l’assenza di una visione integrata e moderna del trasporto pubblico. Trenitalia gestisce le linee regionali con frequenze insufficienti e convogli spesso vetusti; ATAC, l’ azienda del trasporto pubblico romano, si dibatte tra problemi di bilancio, carenza di mezzi e infrastrutture obsolete. Le tre linee della metropolitana romana, insufficienti per una città con oltre 3 milioni di abitanti, si accompagnano a una rete di autobus sovraccarica e soggetta a rallentamenti continui dovuti al traffico. La situazione nelle province non è migliore: molte aree del Lazio, soprattutto quelle interne e montane, soffrono di un isolamento quasi totale, con collegamenti scarsi e tempi di percorrenza incompatibili con le esigenze di pendolari e studenti.
Una giungla motorizzata da terzo mondo con pretese da metropoli europea
Roma è una delle città europee con il più alto tasso di motorizzazione privata: circa 630 veicoli ogni 1.000 abitanti. Il traffico congestionato produce perdite economiche stimate in oltre 3 miliardi di euro l’anno, tra ore di lavoro perse, ritardi logistici e danni ambientali, il che, tradotto, significa: code, clacson, insulti, parcheggi selvaggi, smog, e ogni tanto qualche investimento di pedone, così per non farci mancare nulla…
Il problema è che il trasporto pubblico è un atto di fede: salire su un autobus ATAC è come giocare alla roulette russa con il tempo. Potrebbe arrivare, forse, ma più probabilmente no. Le metropolitane? Dicevamo solo 3 linee. Londra ne ha 11. Berlino 10. Ma Roma, oltre all’antico adagio “quando scavi trovi sempre qualche coccio”, “non ha la densità di Londra” – parole dell’assessore alla mobilità Eugenio Patanè. Quindi, siccome siamo troppo pochi, meglio tenerci stretti i mezzi di superficie, inchiodati nel traffico.
Nel teatrino tragicomico della mobilità laziale, ognuno, a livello istituzionale, ha la sua parte: – Il Campidoglio si balocca con i “piani futuri”: tram previsti dal PUMS (piano urbano mobilità sostenibile) che nel 2030 saranno ancora in fase di “verifica impatti ambientali”. – La Regione Lazio si muove solo per rallentare: blocchi ai diesel Euro 4 e 5 rimandati “per proteggere i fragili”.
E il Governo? Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge costituzionale per Roma Capitale. Il testo prevede la modifica dell’ articolo 114 della Costituzione, con l’ inserimento di Roma Capitale tra gli enti costitutivi della Repubblica che prevede l’ attribuzione di funzioni legislative su diverse materie, tra cui il trasporto pubblico locale, riconoscendo condizioni peculiari di autonomia amministrativa e finanziaria. Come dire “chi vivrà vedrà”.
Infrastrutture da Medioevo con ambizioni da Expo
A livello regionale si parla di potenziare la Ferrovia Salaria da decenni. Anni di studi, progetti, presentazioni in power point. Il risultato? Una riga su Wikipedia e un paio di rendering virtuali. La Rieti-Roma continua a essere una via crucis quotidiana, con treni ogni morte di papa e autobus da terzo mondo e soprattutto la Roma-Viterbo, dove si fa di tutto per mantenere in uso alcuni tratti in monorotaia, quasi fossero un omaggio a reperti di archeologia industriale.
Inoltre, il GRA, Grande Raccordo Anulare, che dovrebbe essere la spina dorsale della mobilità romana è invece più simile a una giostra infernale: 170.000 veicoli al giorno, e un traffico che definire “intasato” è un insulto alle fogne funzionanti.
Ogni tanto, per lavarsi la coscienza, arriva però la “domenica ecologica”: si blocca il traffico per qualche ora e si fanno comunicati stampa trionfali. Salvo poi il lunedì riprendere esattamente da dove si era lasciato: caos, smog e gente che sclera sulle statali e consolari.
Un sistema che produce disuguaglianza, malattia e frustrazione
Chi può permettersi l’auto nuova, magari ibrida, sfugge ai blocchi. Chi vive in periferia e ha l’auto Euro 4, è colpevole per decreto. E chi non ha nulla? È condannato ad aspettare il bus come Godot, sotto il sole o la pioggia, con l’app ATAC che recita orari da oracolo greco. Questo genera una disuguaglianza strutturale: in pratica chi non ha mezzi propri è penalizzato, in termini di accesso a servizi, lavoro e tempo libero. Nel frattempo, l’inquinamento atmosferico miete vittime.
Secondo l’ISPRA, Roma supera ogni anno i limiti di NO₂ e PM10 stabiliti dalle normative europee.
Comunque, bisogna dare atto che gli annunci non sono mancati: dal rilancio delle linee ferroviarie ex concesse (Roma-Lido, Roma-Viterbo) all’ampliamento della metro C, passando per piani di mobilità sostenibile e ciclabilità. Tuttavia, manca una regia unica, una governance trasparente e responsabile capace di coordinare enti diversi (Comune, Regione, aziende pubbliche, Stato), coinvolgere i cittadini e soprattutto garantire tempi certi e risorse adeguate.
Aprendo il Libro dei Sogni servirebbe un cambio radicale di paradigma, del tipo:
– Investimenti massicci nel trasporto pubblico: potenziare le linee ferroviarie suburbane, estendere la rete metropolitana, acquistare nuovi autobus ecologici.
– Intermodalità reale: facilitare il passaggio tra treno, autobus, metro e mobilità dolce, con un sistema tariffario integrato e digitale.
– Mobilità sostenibile: incentivare l’uso della bicicletta e dei mezzi elettrici, ridisegnando gli spazi urbani a misura di persona.
– Decentramento urbano: ridurre la pressione sul centro spingendo la creazione di poli lavorativi e culturali nelle periferie.
Il problema della mobilità nel Lazio, e in particolare del traffico romano, non può più essere affrontato con misure emergenziali o con una visione frammentata. Serve una svolta sistemica, strutturale, coraggiosa. La politica non governa il traffico: lo subisce, lo cavalca quando serve, lo ignora appena può. E i cittadini? Pagano, con il tempo, con la salute, con la rabbia. Il rischio, è che Roma e la sua Regione restino (nel senso più letterale del termine) ostaggio dell’ immobilismo. Se infatti Roma è la vetrina dell’Italia, oggi quella vetrina è piena di smog, crepe e strepiti di clacson impazziti. Una vetrina che nessuno pare voler pulire…
