di Loredana Fraleone—-

Sono lunghi dieci anni per chi vive in mezzo alle macerie, in attesa che si realizzino le promesse fatte da governi diversi e amministrazioni regionali diverse. Amatrice è tra i paesi più colpiti dal terremoto dell’agosto 2016, che ha distrutto gran parte del territorio dell’Appennino centrale, case, attività produttive, borghi, frazioni. Delle 299 vittime del sisma, 237 erano di Amatrice, non tutte residenti, perché ad agosto molti amatriciani emigrati in altri luoghi tornavano per le vacanze estive e stante la bellezza del borgo e della zona vi si recavano anche semplici villeggianti.

In una situazione di costante spopolamento delle nostre montagne, Amatrice costituiva anche un esempio di resistenza, grazie all’attività turistica. Aveva 2.700 abitanti stabili, ai quali si aggiungevano, nel periodo estivo, migliaia di proprietari di seconde case, a fronte degli attuali 2.100, che si cerca ora di trattenere in loco con grande sforzo.

Uno sforzo grande, stante l’attesa che sarà ancora lunga per la ricostruzione e il ritorno ad una vita normale.

Il terremoto di dieci anni fa diede l’avvio, nell’Appennino centrale, a migliaia di scosse nei mesi successivi e nel 2017 a quello più forte di magnitudo 6.5, che ebbe come epicentro Norcia. Gran parte dell’Appennino centrale ne uscì devastato, con fratture del suolo profonde 10 km ancora oggi visibili.

I dieci anni trascorsi danno adito a ricordi e a varie iniziative tese a recuperare la storia di luoghi che cercano soprattutto di conservare la speranza di un futuro possibile, nonostante una ricostruzione talmente lenta da non agevolare una ripresa necessaria per non perdere altri pezzi di comunità di chi non può più aspettare, oltre quella parte di chi ha perso la vita.

Di fronte a questa situazione spicca la distanza tra le istituzioni che non mettono in atto la tempistica necessaria e tutto ciò che si è mobilitato nel momento dell’emergenza. Associazioni di ogni tipo, vigili del fuoco e personale sanitario instancabili, singoli cittadini e cittadine hanno mostrato il volto migliore di un popolo che non merita una classe dirigente dedita a promesse a cui nessuno crede più, come si vede dal costante calo di partecipazione alle elezioni.

Nella sua passerella commemorative ad Amatrice, per i dieci anni dal terremoto, la Meloni non ha ricevuto i fischi di Taranto, stante una situazione in cui spiccano le responsabilità dei governi precedenti, ma la scena anche mediatica le è stata rubata dal cardinale Zuppi, che ha fatto un discorso molto forte sul dolore, la lunga attesa della comunità di una ricostruzione ancora da fare, con al centro la frase più significativa che “le vere autorità, senza nulla togliere, sono i parenti delle persone che non ci sono più.”