di Giuseppe Carroccia—-

Un’onda di commozione sincera ha attraversato il paese dopo l’uccisione del Capotreno Alessandro Ambrosio nelle pertinenze della Stazione di Bologna. Una morte assurda di un giovane di 34 anni. Una metafora, un simbolo quasi di una fase storica piena di assurdità e di pericoli che ci rende tutti fragili e in pericolo.

Per ferrovieri e viaggiatori, però, che conoscono lo stato di abbandono di treni e stazioni, è una morte annunciata La cronaca degli ultimi dieci anni è piena di episodi di violenza, aggressioni negli ambiti ferroviari. Nello stesso giorno due aggressioni a capotreni e un macchinista massacrato di botte in un deposito locomotive. Anni fa un capotreno lombardo perse un braccio per un colpo di machete. La notizia fece scalpore, ma nulla cambiò.

I capotreni risultano essere la categoria in Italia che subisce il maggior numero di aggressioni. Soprattutto le giovani donne. Il Lazio ha il primato di questa indecente classifica, le stazioni di Roma in particolare. Ne abbiamo discusso anche alla Festa di Liberazione di Anzio questa estate.

I sindacati e i comitati pendolari denunciano da anni questa situazione, ma il gruppo Fs e il ministro dei trasporti non vogliono investire risorse per la sicurezza. Non vogliono, soprattutto e  come avviene negli altri Paesi europei, presidiare le stazioni con personale, né aumentare il personale di scorta ai treni. Siamo arrivati a un solo macchinista e un solo capotreno che sono palesemente insufficienti per garantire sia la sicurezza relativa all’esercizio ferroviario sia a quella di un minimo di controllo e gestione delle criticità per la presenza di persone aggressive. Due agenti soli che come lamentava proprio Alessandro parlando con la sua ragazza, vanno al lavoro con la paura in tasca.

Per questo ci sono stati due scioperi molto riusciti. Uno regionale in Emilia Romagna di Cgil, Cisl  Uil, Orsa e uno nazionale di 24 ore il 10 gennaio di Cub  Sgb con oltre il 60% dei treni soppressi. Segno che la categoria non è più disposta a subire un tale stato di abbandono e di irresponsabile noncuranza.

Il papa di Alessandro, macchinista da pochi giorni in pensione, con la dignità propria di chi conosce bene cos’ è la vita e il lavoro in ferrovia, nonostante lo strazio indicibile ha solo chiesto di capire la dinamica dell’aggressione, il movente senza strumentalizzazioni razziste incompatibili con la cultura del figlio.  Ha organizzato un ricordo di Alessandro con i compagni di lavoro e i suoi amici, con tanta musica, la grande passione di quel capotreno allegro e disponibile che tutti stimavano. Senza la presenza delle autorità. Di un governo che taglia le risorse per lo stato sociale, per l’assistenza ai fragili di mente, che riduce le persone alla fame e alla disperazione.

I ferrovieri e le ferroviere hanno voluto salutare Alessandro anche scioperando, come è nella grande e ormai secolare tradizione di questa orgogliosa categoria che si trasmette tra le generazioni.