di Maurizio Semplice—-

Aprire un rubinetto dovrebbe essere il gesto più semplice. A Roma, per molti cittadini, non sempre lo è. A volte l’acqua manca, a volte arriva con pressione insufficiente, a volte non raggiunge i piani alti, a volte costringe famiglie e condomìni a inseguire segnalazioni, verifiche, numeri verdi e interventi che non risolvono il problema in modo definitivo.

Il rapporto “Acqua potabile a Roma: miraggio o servizio?”, realizzato da Cittadinanzattiva Lazio sulla base di 155 segnalazioni raccolte tra settembre e novembre 2025, fotografa infatti (a livello statistico) un problema che non può essere liquidato come episodio isolato. Oltre il 70% dei cittadini coinvolti segnala problemi ogni giorno; le criticità principali riguardano la pressione insufficiente, indicata dall’87,7%, e le interruzioni della fornitura, segnalate dal 72,7%. Il fenomeno riguarda almeno 9 Municipi su 15. Siamo così davanti a un campanello d’allarme civico molto chiaro, nato da segnalazioni reali e da disagi concreti. E la politica dovrebbe ascoltarlo, non minimizzarlo.

Il punto politico è, a quanto pare, netto: quando l’acqua non arriva in modo stabile non siamo davanti a un semplice disservizio tecnico. Siamo davanti a una frattura del diritto essenziale alla vita urbana. L’acqua è salute, igiene, dignità, sicurezza domestica. In pieno luglio, con caldo estremo e fragilità sociali crescenti, non può essere trattata come una questione secondaria.

Il tema riguarda soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi: anziani soli, famiglie con bambini, persone fragili, cittadini che vivono ai piani alti, condomìni senza soluzioni tecniche adeguate, quartieri periferici già penalizzati da altri servizi deboli. Chiamarlo “disagio” è riduttivo. È invece un costo sociale.

Roma ama presentarsi come capitale europea, ma una città è davvero moderna solo se garantisce i servizi essenziali in modo stabile. Gli investimenti sulla rete sono importanti, ma non bastano a rassicurare chi continua a vivere l’acqua come un servizio intermittente. Servono trasparenza e responsabilità pubblica: dove si verificano i cali di pressione? Con quale frequenza? In quali Municipi? Quanti reclami vengono risolti davvero? In quali tempi?

Il problema dell’acqua non può essere separato dal caldo, dalla sanità, dalle periferie e dalla fragilità sociale. Se in una casa al quinto piano manca l’acqua durante un’ondata di calore, quello non è solo un problema idrico: è un problema sanitario, abitativo e di giustizia territoriale.

Per questo Roma Capitale, Regione, gestore e autorità d’ambito devono uscire dalla logica dell’intervento puntuale. Servirebbe una mappatura pubblica dei disservizi, tempi certi di risposta, indennizzi automatici quando il servizio non è garantito, piani specifici per le zone e gli edifici più critici.

L’acqua non è un favore del gestore né un dettaglio tecnico. È un diritto essenziale. E quando questo diritto diventa intermittente, non fallisce solo una condotta: fallisce la politica urbana.