di Filippo Cannizzo *—-

Abitiamo un’epoca paradossale, illuminata dai fari abbaglianti del progresso tecnologico e dalla possibilità di consumo senza limiti.

Abbiamo a disposizione una tale abbondanza materiale e strumenti così sofisticati per dominare il mondo che ci circonda, ma, all’ombra di questa vetrina scintillante, non riusciamo a vedere chiaramente un ecosistema che non regge più i nostri ritmi.

Di fronte alle urgenze imposte dalla crisi climatica in atto, la nostra reazione più istintiva è stata quella di cercare rifugio nella stessa tecnologia che ha accelerato il problema. Ci siamo convinti che la salvezza sia una pura questione tecnica, senza comprendere che continuare ad alimentare un sistema sociale ossessionato dagli usa-e-getta e dall’accumulo individuale ci porterà al collasso. Viviamo, spesso inconsapevoli, in un mondo in cui la felicità umana viene ridotta all’acquisto di beni effimeri, per un piacere immediato in costante attesa dell’oggetto del desiderio successivo: l’ultimo modello di telefono cellulare, un nuovo paio di scarpe o di badge vocali, console per videogame.

Immaginiamo, come faceva già Platone nel “Gorgia”, di avere un secchio bucato. Possiamo continuare a versarci dentro l’acqua più pura e cristallina del mondo, ma il secchio si svuoterà comunque.

Oggi stiamo facendo esattamente questo: accogliamo a braccia aperte la transizione ecologica, ma pretendiamo di versare l’energia pulita dentro un modello sociale che fa acqua da tutte le parti; un sistema sociale ossessionato dal consumo superfluo, dallo spreco e da una profonda, cronica solitudine collettiva.La verità è che una reale transizione energetica non è un semplice cambio di spina, ma un cambio di rete.

Non riguarda solo come produciamo energia, ma il perché ne consumiamo così tanta. Siamo stati convinti, attraverso un processo pervasivo che ha trovato pochi ostacoli sulla sua strada, di essere nati su questa terra al solo fine di consumare; di conseguenza, le persone, quando non possono consumare, vengono assalite dalla frustrazione che di frequente conduce fino all’auto-esclusione sociale.

Se proviamo a guardare fuori dalla finestra della “gabbia (falsamente) dorata” in cui il consumismo ci ha rinchiusi, balza agli occhi il fatto che si sia massificata una società rivolta all’accumulazione e al mercato: quella che ci è stata promessa non è altro che una vita di sperpero e consumo che, in fondo, costituisce il conto alla rovescia contro la natura e contro l’umanità come futuro.

Viviamo in una delle più paradossali società che la storia umana abbia mai edificato. Intorno a noi vediamo un numero sconfinato di oggetti che, però, non servono a darci gioia, soddisfazione, tempo di vita; che non ci liberano dalla precarietà; che ci gettano nell’insicurezza; che ci spingono a una quantità di lavoro crescente e sottopagato, a rapporti umani labili.

L’economia che ci circonda, che si offre di soddisfare i nostri desideri, in realtà si nutre della mancata soddisfazione di questi: ogni oggetto di consumo che vediamo intorno a noi porta con sé una carica di insoddisfazione che il consumatore riconosce e che fa già pensare a qualcos’altro da desiderare. Per uscire davvero dall’impasse, l’abbraccio alle fonti rinnovabili deve necessariamente camminare di pari passo con un profondo cambiamento del nostro stile di vita, trasformando la necessità della transizione ecologica nell’opportunità di ricostruire una società fondata sulla condivisione e sui legami comunitari, anziché sull’isolamento.

Rischiamo di ridurre la crisi ecologica a un mero problema di ingegneria, dimenticando che la Terra che abitiamo è, prima di tutto, lo spazio delle nostre relazioni: non basta sostituire la fonte di energia che alimenta il nostro stile di vita, dobbiamo ridisegnare il modo in cui viviamo insieme. In tal senso, il passaggio alle rinnovabili non è una questione puramente tecnica di pannelli solari, pale eoliche, idroelettrico o geotermia: è una transizione profondamente ecologica. Il modello di sviluppo del consumismo e del mercato senza limiti che si è affermato negli ultimi decenni ha prodotto una mutazione antropologica che, non solo in Italia, ha trasformato i cittadini in dei meri consumatori che danno un prezzo a tutto e valore a nulla.Trasporto pubblico gratuito Alimentare all’infinito una catena di montaggio di oggetti destinati a diventare rifiuti un secondo dopo l’acquisto è un controsenso logico. Nessuna fonte pulita potrà mai sostenere i ritmi dell’obsolescenza programmata.

L’economia consumista si basa sull’inganno e sull’ipocrisia: il prodotto acquistato deve avere vita breve, non essere all’altezza delle aspettative, creare nuove speranze. E qui entrano in gioco la libertà e la subdola maniera in cui viene utilizzata come concetto.Dal momento che la libertà ci caratterizza come esseri umani, in una società in cui il consumo ci caratterizza come cittadini, aspiriamo ad essere liberi di consumare liberamente.

Ma è la pubblicità con i suoi messaggi, i suoi slogan e le sue immagini a indicare quali devono essere i nostri sogni. Ed ecco scoperto il paradosso: liberi di acquistare un prodotto che ci illude di renderci unici essendo comunque acquistabile da tutti.

Trasporto su rotaia

Per rendere efficace una transizione energetica, infatti, è imprescindibile un cambio di abitudini quotidiane: dobbiamo sforzarci di usare i mezzi pubblici o la mobilità attiva al posto dell’auto privata, abbandonare il consumo di bevande in plastica, sostenere l’economia di prossimità, usare lampadine a LED, mantenere la temperatura interna a 19°, abbandonare la frenesia consumistica preferendo riuso o riparazione al continuo gettare via.

Tuttavia, le scelte individuali non bastano se non sono supportate da scelte che, come già aveva colto Alexander Langer, permettano alla “conversione ecologica di affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”. Prendiamo la mobilità: viaggiare deve restare un diritto fondamentale e accessibile a tutti, non lo si mette in dubbio, ma senza pesare sul pianeta. Questo sarà possibile solo con il rilancio del trasporto pubblico locale, con un servizio finalmente capillare, efficiente e competitivo rispetto all’uso dell’auto privata (magari rendendo gratuiti i mezzi urbani e i treni regionali per le fasce che più necessitano di supporto).

Tutto questo richiede, inevitabilmente, una profonda trasformazione urbanistica delle città, che devono garantire più sicurezza e restituire spazio vitale a percorsi ciclabili e pedonali, smettendo di essere parcheggi a cielo aperto.Questo ripensamento strutturale ci impone di investire massicciamente sul ferro per gli spostamenti più lunghi, riattivando le innumerevoli tratte ferroviarie dismesse che hanno isolato le province e rilanciando i treni notturni, un’alternativa ecologica e sociale ai voli a corto raggio.

Parallelamente, il trasporto merci deve essere sottratto alla dittatura della gomma: va spostato progressivamente, e in modo vincolante, dalla strada alla ferrovia. E poiché nessuna transizione può dirsi giusta senza la tutela del lavoro, servono politiche industriali serie per la riconversione delle filiere automotive e la riqualificazione dei lavoratori, sviluppando internamente il recupero dei materiali critici per non cadere in nuove dipendenze geopolitiche, lavorando a filiere strategiche di approvvigionamento per la gestione circolare dei rifiuti tessili e il recupero dei metalli e delle materie prime critiche dai RAEE (rifiuti elettronici), vere miniere urbane di cui disponiamo.

Lo stesso approccio strutturale va applicato al modo in cui gestiamo sostanze come la plastica, settore tra i più inquinanti: va riciclata e va ridotta alla radice la produzione, pur lavorando a un sistema diffuso di deposito su cauzione e misure di forte disincentivazione per la plastica monouso. Educazione e informazione, in tal senso, appaiono fondamentali, anche nell’ottica della realizzazione di centri per la riparazione e il riuso dei beni durevoli. Informare le persone sulla gravità dei problemi ambientali prospettando loro solo un futuro di amare rinunce, è un approccio che si è dimostrato fallimentare. Spesso cadiamo nella distorsione cognitiva secondo cui la sostenibilità implichi necessariamente un peggioramento della qualità della vita e, in un mondo ossessionato dal possesso individuale, questa prospettiva appare inaccettabile. Anche se non ci rendiamo conto che siamo liberi di consumare, non di vivere. Se non saremo in grado di porre un limite alle necessità, questo tempo di schiavitù potrebbe diventare infinito, perché vivremo cercando di avere sempre molte cose (comprando e comprando e comprando, in una corsa infinita) e vivremo in funzione di questo, mentre la vita se ne sarà andata via.

La legge del consumo ci ruba il tempo per le cose veramente importanti della vita: le relazioni sociali, i rapporti umani. Il cammino verso la realizzazione personale e collettiva non risiede in un’utopica e infinita crescita economica, ma nella messa in comune delle risorse necessarie per realizzare le aspirazioni di ciascuno,  Per cambiare rotta serve quella che potremmo definire un’ “intelligenza calda”: un approccio capace di unire cuore e cervello, ragione e sentimento.

La transizione energetica può diventare lo strumento per riattivare le reti di relazioni umane e promuovere la gestione attiva dei beni comuni. Modificare lo stile di vita non significa vivere peggio, ma vivere diversamente: muoversi con una mobilità dolce e collettiva, preferire il riuso al possesso, autoprodurre energia e ridisegnare i tempi delle nostre città.

La transizione alle energie rinnovabili è, in definitiva, la dimostrazione concreta che ricucire il tessuto della socialità è la chiave per scardinare il muro della rassegnazione. Perché, come ricordava Pepe Mujica: “l’iperconsumo è ciò che sta aggredendo il pianeta, ma nessun bene vale quanto la vita; è per questo che quando difendiamo l’ambiente, il primo elemento dell’ambiente si chiama la felicità umana.”

*pubblicato su Uno eTre.it 11  luglio 2026