di Simone Rossi—-
In questo articolo vogliamo discutere di come sviluppare, nell’ambito della scuola, la lotta contro la guerra imminente e il governo che la favorisce, traendo spunto dalla recente iniziativa, organizzata dal gruppo GC di Roma presso il circolo Longo del PRC, dove è stato presentato il volume collettaneo “La controriforma permanente. La scuola italiana tra mercato e guerra”, curato da Luca Cangemi per MarxVentuno.
Come membro dei GC vorrei in primo luogo chiarire a chi legge, siano compagni di partito o meno, l’estremo interesse che questo volume può suscitare. In primo luogo, infatti, si tratta di un testo di lettura veloce e che, pur essendo una sommatoria di scritti di persone diverse, distribuite su tutto il territorio nazionale e che non necessariamente hanno precedenti esperienze politiche condivise, possiede una sua coerenza interna e unitarietà. In secondo luogo è l’impostazione complessiva del testo ad essere pregevole, in quanto mostra la continuità tra i vari governi nell’operazione di distruzione e di cambiamento di indirizzo della scuola italiana. Rimangono aperti, dal volume, i due aspetti decisivi di come favorire lo sviluppo della mobilitazione di chi lavora nella scuola e, del tutto assente, come la lotta dei lavoratori della scuola debba incontrare quella della futura forza lavoro in formazione: gli studenti.
Il volume
Come abbiamo indicato, nel testo sono presenti molteplici scritti: al primo contributo spettava dunque l’arduo compito di tracciare una direzione complessiva per il testo. Luca Cangemi, con il suo “La controriforma della scuola e i venti di guerra”, riesce ad assolvere questo compito, coniugando la ricostruzione storica dello smembramento della scuola italiana, in atto da decenni, con gli ultimi allarmanti sviluppi. Per quanto riguarda il primo aspetto, è chiaro dalle pagine il profondo cambio di indirizzo che l’istruzione ha subito e che, cosa importante, non si può ridurre ai soli tagli. Specialmente nel periodo storico in cui viviamo, infatti, sottolineare, oltre al definanziamento complessivo, il cambiamento di funzione sociale dell’istruzione nei piani governativi, il forte impatto ideologico e culturale che si vuole dare alla formazione, lo strumento di egemonia delle classi dominanti che la scuola è sempre più tornata ad essere, sono aspetti decisivi per chi voglia comprendere come sviluppare la lotta di classe dal basso. Lo sono particolarmente proprio in vista del futuro di irreggimentazione, in vista della guerra, cui gli attuali studenti sono destinati, che è la questione centrale dell’attualità italiana.
Andando ad analizzare più in particolare questo cambiamento strutturale è evidente, di pari passo con il peggioramento degli edifici, il taglio degli organici e la riduzione del tempo scolastico, anche il massiccio ingresso di enti privati nella scuola, che operano sia tramite istituti paritari, sia come destinatari del lavoro non pagato dei PCTO (dicitura che ha sostituito quella di “alternanza scuola-lavoro”) sia, infine, come organizzatori dei programmi scolastici stessi, specialmente per gli istituti tecnici e professionali. In questo senso è chiaro l’indirizzo classista del nuovo corso impresso all’istruzione, che deve fornire personale, peraltro non particolarmente specializzato, per l’industria, la manifattura e i servizi del paese.
Di pari passo con questo processo, si assiste alla gerarchizzazione della scuola, funzionale al suo controllo sempre più capillare. In questo senso è centrale la trasformazione del ruolo del preside, la proliferazione del precariato (sul cui ruolo si concentra il contributo al volume di Francesco Cori, “Le ricorrenti contraddizioni del precariato nella scuola”), l’istituzione di premi per i docenti che assumono compiti specifici nell’istituto, legati così alla dirigenza di turno. La funzione repressiva, peraltro, viene sempre più spesso anche attribuita direttamente alle forze dell’ordine e militari, come è ricostruito da Antonio Mazzeo, autore della sezione intitolata “Lezioni di guerra: il militarismo nella scuola italiana”.
Questo aspetto, ovvero il diretto intervento dell’esercito nella scuola, ci permette di introdurre più compiutamente l’elemento di indirizzo ideologico e culturale che, in particolare negli ultimi anni, si è fatto sempre più rilevante. Se è da tempo, infatti, che nella scuola si è cercato di imporre il linguaggio aziendale contemporaneo (competenze, flessibilità, etc), con il rilancio dell’industria indirizzato alla guerra, e con il favore del governo reazionario italiano, si è portata avanti una campagna colossale di inquadramento delle nuove generazioni. I tanti esempi di questo processo sono ben ricostruiti nel contributo di Mazzeo, e sono stati l’oggetto della relazione di Roberta Leoni all’iniziativa da cui il presente articolo prende spunto: dalle gite alle basi militari, alla presenza di corpi militari a fare educazione civica a scuola, all’orientamento lavorativo, il peso del settore militare si percepisce in tutto il territorio nazionale. Andiamo allora oltre la componente tecnica (che, pure, è presente), e analizziamo gli obiettivi ideologici: la scuola di oggi ha il compito di formare il soldato, o il lavoratore ubbidiente, di domani, nel quale deve essere esaltata la consapevolezza della superiorità della cultura nazionale, e più in generale occidentale, contro le razze minorenni che assaltano la civiltà superiore.
Che fare?
Iniziamo a questo punto una parte maggiormente propositiva di questo articolo, orientata a cercare di capire quale sia il ruolo della scuola, sia per quanto riguarda chi ci lavora che per chi ci studia, nella generale lotta contro la guerra mondiale prossima ventura; questo corrisponde tuttavia, per quanto sia scomodo dirlo, ad indagare in che modo si possa mettere fine al modo di produzione capitalistico ed alle sue spaventose contraddizioni, in particolare la tendenza all’aumento della composizione organica del capitale e la, più o meno necessaria, caduta tendenziale del saggio di profitto.
Il settore della scuola è quasi unico nella società italiana del nuovo millennio: è un settore lavorativo che riunisce decine di lavoratori e centinaia di studenti in luoghi fisici distribuiti capillarmente nel paese (come indicato dallo stesso Luca Cangemi nella sua relazione); è anche un settore che proprio in questi decenni è stato al centro di lotte colossali contro i governi succedutisi, di cui l’ultimo grande esempio è la mobilitazione contro la cosiddetta “Buona scuola” (legge 107/2015), a cui è seguito un periodo di gramsciana ‘guerra di posizione’ da parte della classe padronale e del ceto politico (ancora Cangemi).
Se dal lato del settore docente, da allora, è andato avanti un tentativo di resistenza a macchia di leopardo sul territorio nazionale, impossibilitato ed incapace di darsi un coordinamento nazionale ed una chiara linea d’azione per il rilancio della lotta, molto ha pesato anche la debolezza relativa di una parte sempre più consistente di chi lavora nella scuola, ovvero il personale precario. Costoro, pur se con avanguardie avanzate che sono spesso la prima avvisaglia di mobilitazioni generali della scuola, sono la rappresentazione plastica dei rapporti di forza tra le classi sociali sul terreno dell’istruzione (una maggiore presenza di personale precario, come quella di questo periodo, è allo stesso tempo causa ed effetto di un generale indebolimento della lotta dei lavoratori della scuola), e hanno la tendenza a rendersi subalterni alla dirigenza scolastica quando assunti, almeno in un primo periodo (su tutto questo cfr. il contributo di Francesco Cori al volume).
Infine, per quanto riguarda la componente studentesca, essa sconta parimenti decenni di graduale spoliticizzazione, restrizione di spazi di agibilità dentro e fuori gli istituti, dirigenze corrotte delle organizzazioni politiche e sindacali, fallimenti di recenti mobilitazioni. Anch’essa si trova allora in una condizione per alcuni aspetti paragonabile a quella di chi lavora nella scuola: piccoli gruppi di lotta, scollegati tra loro, incapaci di connettersi e di mobilitare il grosso della popolazione studentesca. Tra i due settori (lavoratori-studenti) si frappone anche il necessario rapporto di distacco pedagogico, o talvolta gerarchico, che esiste sempre tra docente e discente.
Di fronte ad un contesto così caratterizzato, non si può non prendere in primo luogo atto della bancarotta relativa delle organizzazioni sindacali, e di quella totale delle organizzazioni politiche, incapaci di fare da fattore agglutinante di questo complesso mosaico. Si rendono necessari sia lo sviluppo di un’azione sindacale coerente e unitaria (ma anche di una vigorosa lotta al di fuori del campo sindacale, con l’autorganizzazione dei lavoratori nei consigli), sia la comprensione delle necessità della generazione oggi a scuola, specialmente dal punto di vista del disagio psicologico, delle prospettive complessive di vita inesistenti, della frustrazione di sentire il mondo non proprio (e la voglia, che senza punti di riferimento viene repressa, di agire in esso). Farsi interpreti di questa lotta, e assolvere il compito che la storia ci pone innanzi: questi sono gli obiettivi che devono farsi rapidamente strada in ogni gruppo politico che abbia l’ambizione di rappresentare un’avanguardia, o almeno avere qualche ruolo, nel tremendo scenario di lotta sociale che si preannuncia in seguito al tentativo di imporre con la guerra mondiale la risoluzione della crisi generalizzata del modo di produzione capitalistico sulle spalle delle classi popolari.
