di Maurizio Semplice—-

Dopo aver parlato, nello scorso numero, della “Gentrificazione” ossia del processo sociologico di trasformazione di un’area urbana da popolare a borghese che, comportando l’aumento dei valori immobiliari determina, nei fatti, la conseguente espulsione degli abitanti originari sostituiti da residenti con redditi più elevati, proviamo a vedere l’altro lato della medaglia, anzi proprio un’altra medaglia; la realtà di tutti quelli (specie nella nostra Regione) che non possiedono il reddito sufficiente per abitare in quadranti né medi, né medio-bassi e devono giocoforza contare  sulla cosiddetta edilizia popolare.

Nel Lazio l’emergenza casa non è mai finita: semplicemente non fa più notizia.

Le graduatorie scorrono al rallentatore, gli sfratti tornano a salire, i fondi arrivano a pezzettini e spesso si fermano alla manutenzione. Intanto migliaia di famiglie aspettano da anni un alloggio ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) mentre una quota di patrimonio resta vuota o inadeguata. È il paradosso di un’emergenza diventata normalità.

Numeri che non tornano

Il patrimonio ERP della Capitale è imponente: 28 mila alloggi comunali e circa 48 mila gestiti da Ater Roma. Eppure, al luglio 2025, in graduatoria ci sono oltre 19 mila famiglie. La forbice si allarga perché centinaia di appartamenti restano vuoti e in “allarme” anti-occupazione, mentre le assegnazioni procedono al rallentatore. Negli ultimi 15 mesi, su 108 appartamenti annunciati come pronti, solo 33 sarebbero stati realmente consegnati.

Sfratti in crescita

Il 2024 ha segnato un nuovo record negativo: 6.101 sentenze di sfratto nel Lazio (+3,9%), di cui 5.286 solo a Roma (+4%). Tradotto: ogni giorno lavorativo, nove famiglie romane vengono espulse da casa. Un dato che certifica il fallimento di un sistema incapace di garantire alternative dignitose.

Fondi e promesse

Nel giugno 2024 Regione e Ministero hanno firmato un accordo da 54 milioni per rigenerazione e recupero alloggi. Una cifra significativa, ma insufficiente a colmare anni di ritardi. Senza una macchina amministrativa capace di trasformare i fondi in chiavi consegnate, il rischio è di restare agli annunci. Inoltre, la legge regionale che regola le assegnazioni è la stessa del 1999. Da allora il mondo del lavoro, i flussi migratori e il mercato immobiliare sono cambiati radicalmente. Non così le procedure, che restano lente e opache: in pratica tra il rilascio di un alloggio e la nuova assegnazione possono passare mesi, se non anni.

Il cortocircuito è chiaro: patrimonio esistente ma sottoutilizzato, domanda crescente e fondi a singhiozzo. Il risultato è una “emergenza fredda” che non fa cronaca quotidiana come uno sgombero, ma erode fiducia, coesione e sicurezza. E costa, anche in termini di contenziosi e spesa sociale.

Che cosa andrebbe fatto (subito)

Per invertire davvero la tendenza (o almeno provarci) servirebbe un obiettivo misurabile: almeno 3.000 nuove assegnazioni l’anno nell’area metropolitana, per smaltire l’arretrato in 5-6 anni e una “task force casa” dedicata al ripristino rapido degli alloggi vuoti e un segmento di affitto calmierato integrato con l’ERP.

E, aprendo sempre il nostro “Libro Dei Sogni”, prevedere e far fronte alla morosità incolpevole per la prevenzione degli sfratti, ossia fondi automatici, mediazione obbligatoria e presa in carico tempestiva per evitare il salto nel vuoto di famiglie verso l’occupazione o l’emergenza.

L’emergenza non è finita. È stata solo normalizzata.

Finché output reale (alloggi ripristinati e assegnati) non supererà l’inerzia procedurale, ogni nuova risorsa verrà assorbita per non far peggiorare la situazione, non per risolverla. E finché non caleranno gli sfratti e non scorreranno davvero le graduatorie – due indicatori semplici con cui misurare mese per mese la verità delle politiche oltre la propaganda – ogni annuncio resterà una toppa su un buco che si allarga.