di Maurizio Semplice—-
In Italia il lavoro è stato svuotato del suo significato costituzionale. Da fondamento della Repubblica (art. 1) e strumento di realizzazione personale e collettiva, si è trasformato, nell’arco di pochi decenni, in un contenitore di forme contrattuali frammentate, instabili e spesso prive di dignità. In pratica il lavoro è diventato quasi una trappola; non uno strumento di emancipazione ma una macchina che produce sfruttamento, paura e ricatto. La precarietà, nata come eccezione per fronteggiare contesti di crisi e flessibilità, è oggi diventata la regola non scritta del mercato occupazionale italiano. E la politica, anziché contrastarla, ha spianato la strada alla sua degenerazione.
Questo capovolgimento non è un accidente economico né una fatalità del mercato globale: è il risultato diretto di scelte politiche, legislative e culturali portate avanti da governi di ogni colore. Dalla legge Treu del 1997 alla legge Biagi del 2003, fino al Jobs Act del 2015, il legislatore ha progressivamente smantellato le tutele del lavoro subordinato, liberalizzando il ricorso ai contratti a termine, alla somministrazione (contratto di lavoro interinale), ai voucher, al part-time involontario, in nome della competitività e della modernizzazione.
In questo scenario nazionale di precarizzazione sistemica, la regione Lazio rappresenta un caso emblematico, se non estremo. In particolare, Roma, pur essendo capitale istituzionale e amministrativa, è diventata la capitale del lavoro usa-e-getta, ossia contratti che durano addirittura un giorno, persone assunte e licenziate nel giro di 24 ore, tassi di part-time involontario da record, settori interi (logistica, turismo, cultura) ridotti a zone franche dello sfruttamento. Qui la precarietà è divenuta sistema: voluta, tollerata, incentivata.
E la politica regionale? Assente. O peggio: complice. Anziché spezzare questa catena, si limita a gestire le macerie. Piani di facciata, fondi a pioggia, promesse vuote. Nessuna strategia per la stabilizzazione, nessuna lotta alla frammentazione contrattuale, nessuna visione per il futuro del lavoro. Chi vive di contratti brevi è lasciato solo; in pratica invisibile.
Nel Lazio, il lavoro precario è quindi una realtà diffusa, con una significativa incidenza di contratti a termine e part-time, soprattutto tra i giovani. I dati di seguito (fonte ISTAT e CGIL) mostrano infatti un aumento dei contratti di brevissima durata e una diminuzione dei contratti a tempo indeterminato.
Anno 2024
- Le attivazioni contrattuali totali sono diminuite dell’11% rispetto al 2023, passando da circa 995.000 a 930.000 contratti (ISTAT).
- Di questi, oltre l’85 % costituisce forme di lavoro precario (contratti determinati, intermittenti, stagionali, part time involontario) (CGIL).
- Nel primo trimestre 2024, il 54% era tempo determinato, 34,5% part-time (molto spesso involontario), con il restante formato da somministrazione (10 %), contratti stagionali (7 %) e intermittenti (5 %) (CGIL).
Questi numeri segnalano una situazione drammatica: in una regione con tasso d’occupazione relativamente alto (64% nel 2024), il lavoro stabile è sempre più marginale tra i nuovi rapporti. A Roma la precarietà esplicita – come i contratti di un solo giorno – mostra meglio di ogni altro dato il carattere estremo del fenomeno.
Il Lazio si presenta quindi come un esempio paradigmatico di come la politica del permanente temporaneo possa generare un intero ecosistema di lavoro che devasta dignità, sicurezza e stabilità. Le responsabilità sono chiare, dalle citate leggi nazionali permissive (Jobs Act, Biagi) che hanno favorito il depotenziamento degli strumenti contrattuali, alle politiche locali assenti o reattive, incapaci di investire in decenza lavorativa e integrazione sociale, passando per il ruolo dei sindacati tenuti costantemente sotto pressione.
Serve allora una rivoluzione normativa e culturale: reintrodurre causali obbligatorie, rafforzare i controlli su somministrazione e rinnovi, puntare su contratti stabili e formazione, reinvestire in sicurezza sociale.
La precarietà non è un destino, è una scelta politica. E chi oggi tace o galleggia in questo sistema, è parte del problema. È tempo di rompere il silenzio e di ricominciare a lottare per un lavoro stabile, sicuro e degno.
