di Giorgio Demurtas—-
La Regione Lazio, con i suoi oltre 5,7 milioni di abitanti, rappresenta uno dei banchi di prova più importanti per l’attuazione del DM 77/2022, che avrebbe dovuto ridisegnare l’assistenza territoriale italiana. Eppure, leggendo i numeri ufficiali del monitoraggio nazionale, emerge un quadro che lascia più dubbi che certezze.
Partiamo dalla struttura organizzativa: 10 aziende sanitarie locali e 46 distretti, con una popolazione media per distretto superiore alle 124 mila persone. Una dimensione così ampia rende di fatto impossibile garantire una reale prossimità dei servizi: ogni distretto dovrebbe farsi carico di un numero di cittadini paragonabile a quello di un’intera città di provincia.
Le Case della Comunità, fulcro della riforma, rappresentano l’esempio più lampante di questa discrepanza tra programmazione e realtà. Sulla carta, nel Lazio sono previste 146 strutture, ma quelle che funzionano secondo gli standard fissati sono pochissime. Solo 16 offrono una presenza medica stabile e appena 30 possono contare su personale infermieristico con orari adeguati. Se restringiamo il campo alle Case che erogano tutti i servizi obbligatori, comprese le presenze mediche e infermieristiche, il numero precipita a cinque (!). Cinque strutture per quasi sei milioni di abitanti: un dato che, da solo, basterebbe a smentire la retorica della “sanità di prossimità”.
Un discorso simile vale per gli Ospedali di Comunità, pensati come risposta intermedia tra il domicilio e l’ospedale per acuti. Nel Lazio ne sono programmati 35, ma quelli realmente attivi con standard adeguati si contano sulle dita di una mano. Soltanto due garantiscono una presenza medica continuativa di almeno 4,5 ore al giorno, sei giorni su sette, mentre l’assistenza infermieristica H24 è attiva in appena due casi. È evidente che questi numeri, ben lontani dalle promesse, si traducono in una presa in carico estremamente limitata.
Le Centrali Operative Territoriali (COT), al contrario, mostrano una copertura piena: 61 previste e 61 attive. Dovrebbero svolgere funzioni di coordinamento, presa in carico e continuità assistenziale, ma nella pratica stanno emergendo diverse criticità che rischiano di limitarne l’efficacia dato che spesso riciclano figure già impegnate altrove, con conseguente impoverimento di altri servizi. Ma anche qui il problema è di sostanza: il bacino medio servito da ciascuna COT è di quasi 94 mila persone. È difficile immaginare che un’unica centrale possa davvero coordinare in modo efficace i percorsi di assistenza di un tale numero di cittadini.
Sul fronte dell’assistenza domiciliare, i dati appaiono più rassicuranti, almeno in superficie: il Lazio dichiara una copertura del 100% per i servizi infermieristici, medici specialistici e riabilitativi. Tuttavia, guardando meglio, emerge che l’assistenza garantita dai medici di medicina generale raggiunge solo il 78% dei distretti, mentre i pediatri di libera scelta coprono l’87%. Una sanità territoriale che non riesce a garantire la presenza dei professionisti più prossimi ai cittadini è una sanità monca.
Il quadro peggiora con le cure palliative domiciliari: la copertura dei distretti è al 76%. Questo significa che un cittadino su quattro, nel momento più delicato della propria vita, rischia di non avere accesso a un servizio fondamentale.
In definitiva, i numeri del Lazio raccontano una sanità territoriale fatta di incompiute, annunciata come rivoluzionaria ma realizzata a metà. Strutture inaugurate ma non funzionanti, servizi sulla carta ma non nella pratica, coperture che si fermano ben prima del 100%. Se l’obiettivo del DM 77 era quello di avvicinare la sanità alle persone, i dati dicono che nel Lazio, quel traguardo è ancora un miraggio.
