di Maurizio Semplice—-
L’autunno caldo del Lazio (funesta metafora meteorologica che ci ricorda, come se non bastasse, l’assedio senza tregua dell’afa di questi tempi) è già iniziato e si annuncia difficile. Non bisogna aspettare fine settembre per scorgerne infatti i primi segnali: sono nei cancelli semichiusi delle fabbriche, nelle giornate di cassa integrazione, negli appalti cancellati, nei licenziamenti annunciati e poi temporaneamente sospesi, nei tavoli istituzionali che si susseguono senza riuscire a modificare il destino industriale dei territori. Non siamo ancora davanti a un’esplosione sociale, ma tutti gli elementi che potrebbero provocarla sono già presenti. Governo e Regione sembrano, tuttavia, continuare a considerarli problemi separati e temporanei.
Il dato più recente è eloquente: nel primo semestre del 2026 sono state autorizzate nel Lazio 8.115.766 ore di cassa integrazione. Oltre la metà, il 56,8 per cento, riguarda il settore manifatturiero; un terzo del monte ore regionale si concentra nella sola provincia di Frosinone. Seguono le costruzioni, con quasi 923 mila ore, e la logistica, con oltre 831 mila.
Il simbolo di questa situazione rimane Cassino e la crisi di Stellantis ma nel Lazio si susseguono vertenze anche nella meccanica, nell’elettronica, nel commercio, nei servizi e nella logistica. Le procedure di licenziamento vengono aperte, sospese o rinviate; gli appalti cambiano e i lavoratori rischiano di restare senza occupazione da un giorno all’altro.
La risposta delle istituzioni continua a essere prevalentemente emergenziale. Governo e Regione convocano incontri e dichiarano la propria vicinanza ai lavoratori. Ma la vicinanza non è ancora una politica industriale e continuano a gestire gli effetti della crisi senza mai intervenire sulle sue cause; ossia assenza di investimenti, debolezza delle filiere, dipendenza dalle decisioni delle multinazionali, mancata programmazione delle transizioni industriali e progressiva precarizzazione del lavoro.
È qui che la crisi economica può diventare crisi sociale. Perché dietro ogni ora di cassa integrazione c’è una riduzione del reddito familiare e relativo impoverimento. Dietro ogni contratto breve c’è l’impossibilità di programmare il futuro. Dietro ogni fabbrica che rallenta c’è un territorio che perde consumi, attività commerciali, competenze professionali e, per ultimo, giovani costretti a partire.
La Giunta Rocca non può limitarsi a dichiararsi vicina ai lavoratori e a partecipare (come, d’altra parte, da previsto protocollo e prassi) ai tavoli. Dovrebbe presentare una politica industriale regionale riconoscibile, con priorità territoriali, filiere strategiche, obiettivi occupazionali e condizioni vincolanti per le imprese beneficiarie di risorse pubbliche. Il Governo Meloni, da parte sua, non può continuare a sostituire la politica industriale con l’amministrazione delle emergenze e con accordi privi di garanzie verificabili su investimenti, produzioni e occupazione.
Il vero rischio dell’autunno non è soltanto una stagione di scioperi e manifestazioni. È che la crisi del lavoro si trasformi in rassegnazione, rabbia e sfiducia democratica, che potrebbe portare anche al “sostegno” a formazioni e/o movimenti di destra estrema, pronti a cavalcare, in modalità sguaiata e populista, il cavallo “scosso” della protesta. Una società nella quale il lavoro non garantisce più sicurezza e nella quale i territori non intravedono un futuro diventa infatti inevitabilmente più fragile, più divisa e più esposta alla radicalizzazione del conflitto.
Nel Lazio i segnali sono già visibili. Governo e Regione possono ancora intervenire, ma devono smettere di chiamare emergenza ciò che è ormai diventato un problema strutturale. Altrimenti, quando l’autunno diventerà davvero caldo, non potranno sostenere di non essere stati avvertiti.
