di Daniela Alessandri—- 

Continua a scuotere Roma la vicenda della “lista degli stupri” comparsa nei bagni del liceo Giulio Cesare. Nove nomi, otto ragazze. Una promessa di violenza usata come arma politica, come intimidazione, come riaffermazione brutale di un potere che non accetta il dissenso femminile. Non è uno scherzo. Non è una bravata. È patriarcato in azione.

Due famiglie hanno sporto denuncia. Intanto, davanti alla scuola, studentesse e studenti presidiano chiedendo ciò che dovrebbe essere ovvio: formazione, educazione sessuale e affettiva, strumenti per decostruire la violenza. Ma questa richiesta viene spesso trattata come un capriccio, mentre è la base di qualsiasi società che voglia dirsi democratica.

La preside parla di “ottuso graffito vandalico”, ma chiamare vandalismo una minaccia sessuale significa distogliere lo sguardo dal cuore del problema: la violenza di genere non nasce all’improvviso, cresce nei corridoi, nelle dinamiche quotidiane, nella convinzione che il corpo delle ragazze sia un terreno legittimo di punizione. Basta un pennarello. Basta un muro. E la violenza prende forma.

Questo episodio non è un’eccezione, ma il segnale di un sistema che tenta di zittire chi ha voce, idee, libertà. Non è un caso che molte delle ragazze elencate siano attive politicamente. Il messaggio che arriva è chiaro: non avete diritto di parlare. Vi riportiamo al vostro corpo. Vi ricordiamo che possiamo colpirvi.

La lettera dei genitori colpisce il punto: ridurre una ragazza al suo corpo è il gesto fondativo del patriarcato. È paura travestita da potere. È l’ammissione che chi minaccia non ha argomenti, né coraggio, né futuro.

La scuola dovrebbe essere lo spazio in cui queste dinamiche vengono smontate, non coperte. Il picchetto degli studenti dimostra che c’è una generazione che non vuole silenzi ma confronto, cultura, conflitto democratico. Ed è lì che si gioca la battaglia: non nell’aula di tribunale, ma nella capacità di costruire spazi in cui la misoginia non possa più attecchire.

Normalizzare significa arrendersi. E una comunità intera, al Giulio Cesare, sta dicendo che non lo farà. Perché su quella lista non ci sono solo otto ragazze: ci siamo tutte. C’è la libertà di tutte.

Chi crede di poter colpire con una minaccia troverà davanti chi non ha intenzione di cedere di un millimetro. Il patriarcato parla con la violenza. Noi rispondiamo con la lotta. E non taciamo.