di Maurizio Semplice—-

Nel Paese che si definisce moderno, europeo, avanzato, oltre mille persone all’anno muoiono lavorando o andando al lavoro. Non è fatalità. È un sistema che accetta il rischio come prezzo del profitto, che non fa rumore come un terremoto, non blocca le città come una pandemia, non ha una data simbolo che obbliga al minuto di silenzio nazionale. Eppure, ogni anno, in Italia, il lavoro uccide più di una guerra a bassa intensità. Si muore in fabbrica, in cantiere, su un furgone, su una strada provinciale all’alba, su un impalcatura montata in fretta, su un macchinario che “andava sistemato da tempo”. Li chiamiamo incidenti, ma quando si ripetono con regolarità matematica, quando colpiscono sempre gli stessi settori, le stesse categorie, le stesse condizioni di lavoro, non sono più incidenti, sono conseguenze tragiche anzi omicidi!

Trend in crescita

I dati parlano chiaro. Nel periodo gennaio-ottobre 2025 sono stati denunciati 497.341 infortuni sul lavoro, in crescita di 5.902 casi rispetto al 2024 (più 1,2%). Anche le morti registrano un incremento, passando dalle 890 del 2024 alle 896 del 2025 (più 0,7%) mentre le malattie professionali denunciate salgono del 10,2%, passando dalle 73.922 alle 81.494. Numeri che dimostrano come lavorare in Italia sia sempre più pericoloso.
Dietro questi numeri però non ci sono solo carenze di controllo, ma cause strutturali: catene di appalti e subappalti, compressione dei tempi, precarietà, formazione ridotta a burocrazia, manutenzione rinviata, lavoro irregolare in nero. In questo schema la sicurezza diventa una variabile negoziabile, non un diritto e per conseguenza la vita di un lavoratore un “valore precario”.

Questa strage è dimenticata perché non ha un’unica grande esplosione, ma centinaia di piccole tragedie isolate. Perché colpisce soprattutto chi ha meno voce: operai, autisti, facchini, migranti, precari, lavoratori anziani o giovanissimi. Perché chiamarla “fatalità” è politicamente comodo: toglie la colpa, diluisce la responsabilità, evita riforme scomode su appalti, ispezioni, sanzioni, poteri di fermo dei cantieri, organici degli ispettorati. E perché in un mercato dove vince chi costa meno, chi investe davvero in sicurezza rischia di essere “fuori mercato”.

Infortuni sul lavoro: Lazio maglia nera

Il Lazio continua a essere maglia nera per gli infortuni sul lavoro. Come fa sapere la Cgil, elaborando i dati provenienti dall’ultimo aggiornamento Inail, la nostra regione ha registrato l’incremento più alto a livello nazionale. Il periodo preso a riferimento è quello che va da gennaio a novembre 2025. In base al report, la regione ha registrato 40.809 denunce per infortuni sul posto di lavoro, con un incremento del 7% rispetto allo stesso periodo del 2024 e decine di morti accertate rappresentando uno dei trend più preoccupanti a livello nazionale.

2025:  83 morti sul lavoro

Da gennaio a novembre 2025 sono stati accertati 83 casi così distribuiti:

–        Roma (Città metropolitana): 55 (66,3% del totale)

–        Latina: 11 (13,3%)

–        Frosinone: 10 (12,0%)

–        Viterbo: 5 (6,0%)

–        Rieti: 2 (2,4%)

Il Lazio “maglia nera” non è un’anomalia meteorologica: è il segnale di un modello che, quando stringe tempi e costi, considera accettabile una quota di vite spezzate. E finché continueremo a chiamarli “incidenti” come si chiamano gli imprevisti, invece che conseguenze, continueremo a contarli con la stessa ipocrisia con cui li piangiamo.