di Fausta Dumano—-

Ci sono sere  in cui  Frosinone  smette di essere solo cemento e si trasforma in un album di vecchie fotografie, strade che un tempo profumavano di bucato e passi lenti, oggi corrono veloci, anestetizzate da una fretta che non spazio  agli occhi. Eppure, al parcheggio di via  Sellari, all’ ombra  dell’ ex ospedale, il tempo ha deciso di fare una piega e fermarsi. Sotto il muretto dalle fioriere vuote vive un uomo di circa 60 anni. Il suo rifugio  è una poesia bagnata dalla pioggia, un microcosmo  fatto di pannelli di truciolato messi lì per difendere la dignità dall’ urto del mondo. 

Alle sue spalle, nel campetto di calcio, i ragazzi inseguono  un pallone e il futuro.  Questo contrasto stringe il mio cuore  cardiopatico: la giovinezza  che scatta in avanti e una vita  che ha poggiato i bagagli  sul cemento..  La città è distratta, si assolve, è una sua scelta, colpa delle istituzioni, si aiutano solo le risorse nere”. Quest’uomo non rifiuta il mondo; protegge l’ultimo avamposto della sua storia, un segreto  che abbiamo  dimenticato come ascoltare. 

Da insognata non posso arrendermi, la passione mi sussurra  che quel muretto  non deve rimanere il monumento al nostro egoismo.  C’è una speranza ostinata  che bussa tra le crepe: la  speranza  ostinata che bussa  tra le crepe che  Frosinone ritrovi la sua anima antica  e impari di nuovo a fermarsi, a tendere una mano  che offra ascolto vero senza giudicare. Quelle fioriere vuote  possono ancora fiorire d’ umanità. Guardare quell’ uomo  significa restituire dignità a lui e salvare noi stessi dal deserto dell’ indifferenza