di Claudio Petrelli*—-

Nonostante una normativa di prevenzione infortuni tra le più avanzate al mondo, garantita dalla correlazione con la legislazione penale, siamo sempre qui a contare i caduti sul lavoro e i lavoratori che subiscono un infortunio e che in diversi casi diventano invalidi.

Cosa accade ? perché accade ?

La differenza tra un infortunio e una situazione per la quale non accade nulla, è data dal punto di vista temporale da un secondo, anche meno. E nulla accade per una sola ragione, ma per un concatenarsi di eventi – quasi sempre prevedibili – che in quel preciso momento concorrono e trasformano le vite delle persone in tragedia o in sofferenza.

Tenendo conto che nel Lazio operano oltre il 30% delle imprese che operano sul territorio nazionale, e certamente rappresentano un campione più che valido, i dati rilevati sono dati da ritenere non solo rilevanti, ma addirittura probanti

L’INAIL Lazio durante l’anno scorso, indica che gli incidenti sul lavoro sono aumentati del 7,2% e riguardano soprattutto i lavoratori sopra i 65 anni.

I settori produttivi interessati da questo incremento sono stati : Trasporti, Sanità, Commercio, Vigilanza, Ristorazione e Costruzioni.

I dati forniti per fasce di età per lavoratori sono incredibili e riguardano le fasce di età 65/69 anni, + 19%, 70/74 anni , +29%, over 75 anni + 88%.

Gli organi di vigilanza nell’attività ispettiva – per l’anno 2025 – per imprese e professionisti, registrano indici di irregolarità superiori al 87 % .

Il dato sconfortante è ovviamente quello riguardante i lavoratori che per raggiunti limiti di età dovrebbero stare al di fuori del mondo del lavoro, e che invece, sempre più spesso, si trovano a lavorare per integrare una pensione insufficiente a garantire una dignitosa esistenza.

Una situazione vergognosa che però ha motivazioni evidenti .

In molte professioni, esistono lunghe occupazioni in nero che non hanno dato luogo al versamento dei contributi, e che ora si tramutano in trattamenti pensionistici con importi insufficienti. Soprattutto nel mondo delle costruzioni e dell’impiantistica.

Ma questa cosa, una volta presa in esame, spiega anche un’altra cosa molto importante.

Gli infortuni sul lavoro, hanno motivazioni non solo legate all’omissione dell’applicazione delle norme di prevenzione, ma anche all’attuale natura e consistenza delle norme con le quali è strutturato il mondo del lavoro, che non a caso è indicato e nominato come “mercato del Lavoro”, non a caso.

Soprattutto, direi per questa ragione, che correlata al fatto che si ricorra agli appalti degli appalti dei subappalti, spiega il perché nei posti di lavoro la sicurezza dei lavori in tema di salvaguardia della loro incolumità non è garantita.

Negli ultimi 25/30 anni, il paese ha assistito ad una deregolamentazione progressiva in tema di lavoro attraverso la quale sono stati annichiliti i diritti dei lavoratori, diluendoli spesso in procedure inutili e inefficaci e soprattutto spingendo i lavoratori alla difesa delle proprie istanze, attraverso i tribunali.

La cancellazione di fatto dell’art.18 della legge 300/70, ha dato luogo ad una produzione normativa all’insegna della monetizzazione della dignità e delle aspettative di giustizia.

Gli elementi dialettici e retorici che hanno accompagnato questa involuzione, sono riassumibili con la convinzione che il datore di lavoro alleggerito dagli obblighi di tutela del posto di lavoro, sarebbe stato stimolo per aumentare la capacità di assunzione da parte delle imprese. Secondo questa teoria, la precarietà chiamata flessibilità dai guru del liberismo nostrano, avrebbe aumentato la mobilità ma anche le occasioni di occupazione.

Questo accadeva dopo anni di disfacimento organizzativo delle imprese, che vedevano un enorme depauperamento delle aziende che trasferivano competenze e risorse umane e strumentali a ditte più piccole con margini di guadagno ridotte e con pretese inferiori rispetto al processo produttivo nascente. Laddove in un cantiere si trovavano un tempo 2 o 3 aziende, ora si trovano anche 10/15 ditte che si occupano delle singole fasi di lavoro, una volta eseguite da un solo soggetto aziendale.

Ovviamente, a questo punto la sicurezza, è un elemento trascurabile. Le imprese ne colgono il valore del costo e non dell’investimento.

Il turn over esasperato al contrario della fidelizzazione delle maestranze, oltre a portare incertezza e scadimento della qualità, di contro, aumenta il profitto delle imprese al vertice della gestione del processo produttivo. Questo è ciò che accade. Ne consegue che la prevenzione inizia nella redazione del contratto di appalto e nel capitolato speciale.

C’è consapevolezza di tale circostanza? Si, penso di si, ma in effetti le azioni intraprese per determinare l’applicazione della normativa e la realizzazione delle misure di prevenzione, è ritenuta trascurabile, nella misura in cui vi è la certezza che le attività di controllo sono limitate dall’esigua efficacia degli enti di vigilanza ridotti in termini di risorse umane e strumentali.

Ed anche in termini processuali, esistono problemi molto seri per la evidente disomogeneità di intervento delle Procure – anch’esse depauperate di risorse e competenze – per cui, solo negli Uffici di grandi dimensioni vi sono PM specializzati nella materia.

Basti pensare al fatto, che alcuni PM chiedono l’archiviazione per tenuità del fatto di procedimenti per i quali, gli organi di vigilanza, hanno svolto attività ispettive durate anche diversi giorni, graziando l’imprenditore che ha omesso di tutelare i propri dipendenti ingenerando un senso di impunità sempre più diffuso.

Cosa fare quindi?

Mah, sono abbastanza stanco di sentire il termine “cultura della sicurezza”.

Se per cultura della sicurezza, intendiamo la formazione diffusa dei precetti normativi e delle specifiche procedure per garantire la sicurezza del lavoro, potrei essere d’accordo.

Certamente, questa dovrebbe essere garantita sia dalle Istituzioni che dalle imprese. Ma se queste ultime, operano con assunzioni a termine, distacchi, lavoro interinale, partite IVA per garantire costi minori, di fatto, curano solo l’aspetto formale dell’obbligo di legge.

Ed invece, nel nostro paese, abbiamo bisogno di concretezza e sostanza, i lavoratori hanno bisogno di certezze per non svuotare i termini e le responsabilità del garantire l’incolumità di esseri umani che per la loro sopravvivenza devono lavorare e non fare investimenti nel mercato azionario.

Abbiamo bisogno di una normativa più incisiva in termini di responsabilità, introducendo l’aggravante dell’omicidio colposo sul luogo di lavoro. Proposta di legge che giace da anni in Commissione e che nessuno evidentemente vuole davvero discutere.

Non si capisce perché si preveda per gli incidenti stradali, mentre per quelli che riguardano il lavoro, ci sia questa reticenza.

In un ambito in cui molto spesso ad esito delle indagini potremmo tranquillamente parlare di dolo eventuale da attribuire alle responsabilità accertate.

In ultimo, ritengo che sia assolutamente necessaria l’istituzione di una Procura Specializzata per questa tematica, che garantisca a livello nazionale competenza, assistenza e omogeneità nei contenuti, nell’azione investigativa e nei giudizi dei tribunali.

Troppa disparità tra grandi e piccoli tribunali, dove in taluni casi, abbiamo magistrati che si confrontano con molteplici materie senza avere contezza piena di una materia così radicalmente specialistica come quella del lavoro.

Ma la cosa più importante di tutte, è tenere ben presente che ogni lavoratore è prima un essere umano, poi un cittadino e solo dopo diventa tale.

I diritti, quindi, non sono in vendita. Ma seguono la nostra esistenza senza alcuna limitazione.

In questo senso, tra le parole e le formule giuridiche da ricordare e portare con noi ogni giorno da quel lontano 1 gennaio del 1948, non si può non riportare l’art. 1 della nostra bellissima Costituzione :

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Direi, di ripartire da qui.

*RSU CGIL Ispettorato di Area Metropolitana di Roma

Le riflessioni sopra  riportate sono il frutto dell’elaborazione dell’autore e non coinvolgono l’Amministrazione di appartenenza.