di Daniela Alessandri—-
Rinominare il Ponte dell’Industria come “Ponte San Francesco” (come qualche giorno fa ha fatto la Giunta Capitolina) non è un atto neutro. Non è una semplice intitolazione, né un omaggio innocuo. È una scelta politica e culturale che interviene sulla memoria di un luogo, riscrivendone il significato e oscurandone la storia. Una storia profondamente laica, operaia, industriale e tragicamente segnata dalla violenza nazifascista.
Il cosiddetto “ponte di ferro”, come è stato da sempre chiamato dai romani, nasce a fine Ottocento per collegare due sponde del Tevere allora al centro dello sviluppo produttivo della città. Da una parte Ostiense, dall’altra Marconi: quartieri cresciuti attorno alle fabbriche, ai gasometri, ai magazzini, al lavoro operaio. Quel ponte non è solo un’infrastruttura: è un simbolo di una Roma moderna, industriale, popolare, lontana tanto dalla retorica imperiale quanto da quella sacralizzata.
Anche il recente incendio che lo ha gravemente danneggiato fa parte di questa storia. Un evento drammatico che ha reso necessaria la ricostruzione del ponte, ponendo al centro il tema della cura del patrimonio pubblico e della sicurezza, non quello della sua risemantizzazione ideologica. Ricostruire un’infrastruttura non significa riscriverne l’identità: al contrario, dovrebbe essere l’occasione per restituirla alla città nel rispetto della sua storia e del suo significato originario.
Cambiarne il nome significa invece spezzare questo legame. Significa sovrapporre una narrazione religiosa a un luogo che ha parlato, per più di un secolo, un linguaggio diverso: quello del lavoro, della fatica, della trasformazione urbana e sociale. Non si tratta di essere contro San Francesco, ma di rifiutare l’idea che ogni spazio della città debba essere ricondotto a un immaginario confessionale, come se la storia laica non fosse degna di essere ricordata.
C’è però un aspetto ancora più grave, che rende questa scelta profondamente sbagliata: il Ponte dell’Industria è anche un luogo di sangue e di memoria antifascista. Durante l’occupazione nazista di Roma, su e attorno a quel ponte avvenne l’eccidio delle donne che andavano al forno, colpite mentre cercavano di procurare il pane per le loro famiglie. I loro corpi, lasciati a terra come monito sotto il controllo dei soldati tedeschi e dei repubblichini fascisti, raccontano meglio di mille celebrazioni la brutalità dell’occupazione e il prezzo pagato dalla popolazione civile, in particolare dalle donne.
Per commemorare quella strage è stato edificato un monumento con la scritta “In ricordo delle dieci donne uccise dai nazifascisti”, davanti al quale ogni anno, il 7 aprile, viene deposta una corona. Intitolare oggi quel ponte a un santo, senza un serio percorso di memoria condivisa, rischia di rimuovere proprio questa storia. Non la valorizza, non la approfondisce: la copre.
È una forma di cancellazione dolce, simbolica, ma non per questo meno efficace. La città viene “ripulita” dei suoi conflitti, delle sue ferite, delle sue radici popolari, per essere restituita come spazio neutro, pacificato, depoliticizzato.
Roma, invece, è una città stratificata. La ricostruzione del Ponte dell’Industria avrebbe potuto essere l’occasione per rafforzare questa consapevolezza, non per indebolirla. Difenderne il nome non è nostalgia: è un atto di rispetto verso la città reale e verso la sua memoria laica, operaia e antifascista.
