di Fausta l’Insognata Dumano—-
Frosinone non è solo cemento e traffico, è un’ anima di argilla che sotto il peso di piogge sempre più rabbiose, sembra voler tornare alla sua natura primordiale, scivolando via, un pezzo alla volta.
Camminare oggi significa fare i conti con una geografia del dolore, quella del Viadotto Biondi , che osserva muto la collina sgretolarsi, o quella di via Ciamarra, dove il fango non è più solo detrito, ma il segno tangibile di una cura del territorio che troppo spesso abbiamo dimenticato.
Non sono solo ”smottamenti”, ma ferite. Vedo le storie dei residenti che guardano il cielo con l’ansia di chi sa che la propria casa poggia su un gigante d’argilla dalla testa ai piedi.
Questo territorio ci sta parlando, ci dice che la cementificazione selvaggia e l’abbandono delle manutenzioni quotidiane hanno un prezzo che non si paga solo in euro, ma in
sicurezza e identità.
Come posso insegnare la bellezza delle forme, se fuori dalle mura scolastiche la forma della città si sfalda’?
C’è BISOGNO DI UNA COSCIENZA CIVILE. Non basta progettare centri per le emergenze, serve tornare a sentire la terra come parte di noi.
Frosinone merita di restare in piedi, solida non solo nelle sue tradizioni, ma nelle sue fondamenta. Ogni frana che trascina un pezzetto di collina trascina un pezzetto della nostra memoria collettiva.
La frana si muove, non è un ballo di gioia, è un lento scivolare verso il basso, un inchino forzato che fa alla pioggia e all’incuria. La frana è un nome che sa di rumore e di disastro, è una creatura stanca di restare in posa per una fotografia che non ci somiglia più.
Sulla terra abbiamo messo vestiti troppo stretti e quando il cielo piange troppo forte, le sue lacrime diventano fango.
La terra non è solo pavimento, ma è un corpo che va accarezzato, pulito e drenato. La frana è una ferita nessuno cura, la cicatrice viene lasciata sola con l’acqua che scava dentro e poi ci stupiamo se avanza.
A Frosinone il pericolo è l’argilla, a Niscemi sabbia e argilla sono il rischio idrogeologico, in entrambi i casi la mano dell’uomo ha trasformato una caratteristica naturale in calamità.
A Niscemi è la frana della salute e delle battaglie contro il MUOS, una ferita civile, a Frosinone è un pezzo di memoria che si perde nel fango.
