di Giovanni Angeloni—-
Solo poche ore prima ho saputo, al pari degli altri partecipanti, che Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU, avrebbe presentato in anteprima italiana il rapporto “Tortura e genocidio” (pubblicato da Paper First).
L’incontro si è tenuto il 22 settembre alle 20.30 presso Spaziotempo, lo spazio culturale di Via Casilina Vecchia 42 (ex Circolo degli Artisti). Nonostante il breve preavviso, l’affluenza è stata straordinaria, con circa mille persone presenti.
A colpire maggiormente è stata l’età degli intervenuti: la grande maggioranza del pubblico era composta da giovani. L’incontro con l’autrice, moderato dalla condirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva, è stato scandito dalle letture dell’attrice Laura Morante e dagli interventi musicali del violoncellista Pasquale Filastò, suscitando profonde emozioni nella platea.
Nel rapporto, Francesca Albanese ha raccolto le testimonianze dei prigionieri palestinesi sulle torture subite nelle carceri israeliane, descrivendo la tragica situazione delle vittime. Quanto documentato attesta una violenza costante e immanente nei territori occupati. Nel documento vengono denunciate pratiche estreme e trattamenti disumani, sia fisici sia psicologici. Albanese ha evidenziato la predisposizione, da parte dello Stato israeliano, di un vero e proprio “ambiente torturante” istituzionalizzato, strutturato per colpire sistematicamente i corpi, la dignità e la psiche dell’intera popolazione civile, compresi donne e bambini.
La Relatrice ONU ha sottolineato il legame di continuità tra questo lavoro e la sua precedente inchiesta sulla complicità del settore privato, confluita nel rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. L’apparato militare e carcerario – ha affermato Albanese – è sostenuto da un mercato globale che vede coinvolte aziende private, colossi della finanza, Big Tech e industria pesante.
Albanese si è quindi soffermata sulla necessità del boicottaggio economico e del disinvestimento. Ha spiegato che colpire i profitti di chi finanzia o trae vantaggio dall’occupazione non è una semplice scelta etica facoltativa, ma un preciso obbligo umanitario e giuridico internazionale derivante dai doveri di ciascuno Stato, il quale ha l’obbligo di non riconoscere né agevolare situazioni illegali nate da gravi violazioni dei diritti umani. Il disinvestimento e il boicottaggio mirato diventano così strumenti legali e pacifici per sottrarre forza economica all’apparato dell’apartheid.
Durante il dibattito con il pubblico, alla domanda di un giovane su come sbloccare l’inerzia degli Stati, la Relatrice ha risposto che i cittadini devono continuare a scendere in piazza per dare voce a un popolo che non ne ha, pretendendo l’applicazione del diritto internazionale. Ha poi lanciato un forte appello all’azione individuale: di fronte all’inerzia diplomatica, il boicottaggio dal basso rappresenta un atto di responsabilità etica e di obiezione di coscienza alla portata di chiunque, capace di spezzare i circuiti di complicità economica.
Tra il pubblico era presente anche Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento Europeo e presidente di Assopace Palestina, attivista storica da oltre quarant’anni impegnata per i diritti dei palestinesi. Morgantini è intervenuta riprendendo l’esortazione al boicottaggio delle multinazionali complici e, per rispondere al desiderio di partecipazione emerso dalla platea, ha lanciato due appelli concreti:
– la liberazione di Marwan Barghouti: deputato ed esponente politico palestinese detenuto in regime di massima sicurezza dal 2002. Definito il “Mandela palestinese”, Barghouti è riconosciuto come leader unitario dai vari movimenti di resistenza e identificato come una figura chiave per il riscatto pacifico della Palestina. La mobilitazione per la sua scarcerazione e per quella di tutti i prigionieri politici si sta sviluppando con forza a livello nazionale e internazionale
– la Campagna Internazionale Faz3a: un’iniziativa di protezione civile nonviolenta che raccoglie volontari in Cisgiordania per fare da “scudo umano” sul campo, offrendo supporto materiale a pastori e contadini durante la stagione della raccolta delle olive. Un modo concreto per trasformare l’indignazione in resistenza attiva.
La grande partecipazione a Spaziotempo, in linea con le mobilitazioni che attraversano l’Italia e l’estero, dimostra l’esistenza di una parte consistente della società civile che rifiuta la rassegnazione di fronte all’immobilismo dei governi.
Come rimarcato da Albanese e Morgantini, la mobilitazione dal basso – attraverso il boicottaggio, la presenza sul campo e il sostegno ai prigionieri politici – resta la leva fondamentale per difendere il diritto internazionale e i diritti del popolo palestinese contro la violenza strutturale dell’occupazione.
