di Loredana Fraleone—-
Il Covid aveva provocato una reazione depressiva in molti giovani, particolarmente colpiti dall’isolamento e forse anche dalla paura diffusa tra la popolazione, al punto che la richiesta di accesso a terapie psicologiche è entrata persino nelle rivendicazioni studentesche. Il genocidio nei confronti dei Gazawi e l’oppressione nei confronti di tutto il popolo palestinese, sembra aver riportato i giovani ad una dimensione reattiva e collettiva, perduta da decenni.
Il rifiuto di qualcosa, che è generalmente considerato disumano, ha mobilitato soprattutto i giovani, invertendo il rapporto generazionale che negli ultimi anni vedeva nelle manifestazioni una presenza consistente di teste grigie, a fronte di sparute presenze giovanili.
Si è capito dalla mobilitazione del venerdì, che ha preceduto l’immensa manifestazione di sabato a Roma, di quanta partecipazione e tensione emotiva avrebbe portato la “generazione di Gaza” a invadere la capitale.
In centri come Viterbo, non soliti a manifestazioni di una certa dimensione, vedere la partecipazione di tanti studenti e studentesse, persino della scuola media, ha dato il senso della sensibilità che è emersa intorno alla vicenda palestinese, che invano i tanti potenti amici d’Israele fanno risalire al 7 ottobre del 2023. E’ importantissimo non cadere in questa trappola strumentale, poiché la storia di ciò che da un secolo accade in quella terra denuncia la natura di un colonialismo d’occupazione, legato al modello di sviluppo di un capitalismo sempre più brutale, pericoloso e devastante.
La speranza per i Palestinesi e per tutt@ noi è questa nuova generazione di giovani, che potrebbe maturare una critica del sistema responsabile dell’oppressione dei popoli, della devastazione ambientale, dello svuotamento della democrazia e della divaricazione sociale sempre più profonda.
