di Daniela Alessandri—- 

Sono arrivate in piena estate le lettere di Aequa Roma: migliaia di richieste di pagamento agli inquilini delle case popolari di Roma, con arretrati che in alcuni casi risalirebbero addirittura agli anni Ottanta. Richieste per affitti, oneri e conguagli, comprese somme che gli inquilini sostengono di avere già pagato o sanato

A inviare le richieste è Aequa Roma, la società incaricata della gestione della contabilità del patrimonio ERP di Roma Capitale. Le organizzazioni degli inquilini segnalano richieste per affitti, oneri e conguagli, talvolta riferiti a somme già pagate o a morosità già sanate. In alcuni casi gli importi arriverebbero a decine di migliaia di euro. E, per di più, trascorsi 60 giorni il titolo diventa esecutivo e passa all’ Agenzie delle Entrate-Riscossione per le successive procedure di riscossione.

La questione  riguarda direttamente il Comune di Roma, che ha affidato ad Aequa Roma la gestione di queste posizioni e che deve garantire che le richieste siano corrette, documentate e verificabili.

Non si può scaricare sugli inquilini il peso di ricostruire quarant’anni di contabilità amministrativa. E non è accettabile che una famiglia che vive in una casa popolare si trovi improvvisamente davanti a una richiesta di migliaia di euro senza riuscire nemmeno a capire da dove quella cifra provenga.

La questione della morosità, quando e se  esiste, va affrontata. Ma una cosa è chiedere il pagamento di un debito certo e documentato, altra cosa è pretendere somme che gli stessi inquilini contestano perché già pagate, prescritte o non adeguatamente ricostruibili.

Ed è qui che la vicenda Aequa Roma diventa una questione politica.

La casa popolare non è una semplice voce contabile del patrimonio comunale. È una risposta pubblica alla crisi abitativa. In una città dove migliaia di famiglie sono in attesa di un alloggio e gli affitti privati sono diventati insostenibili, il patrimonio ERP dovrebbe essere difeso, recuperato e ampliato, non trasformato in un terreno di contenzioso permanente con chi ci abita.

Le mobilitazioni annunciate dagli inquilini non chiedono semplicemente di non pagare. Chiedono trasparenza, verifiche, correttezza amministrativa e la possibilità di contestare richieste che ritengono ingiuste.

Il Comune dovrebbe ascoltarli e intervenire. Perché se Aequa Roma sbaglia, la responsabilità non può fermarsi alla società che materialmente spedisce le lettere: risponde Roma Capitale, che quel patrimonio gestisce e che dovrebbe considerare il diritto alla casa una propria responsabilità politica, non soltanto un credito da riscuotere.