di Giorgio Demurtas—-

Migliaia di famiglie laziali affrontano, spesso in silenzio, l’incubo della non autosufficienza, un fenomeno che nel Lazio riguarda oltre 351 mila anziani ma che trova una risposta pubblica tra le più carenti d’Italia.        

La fotografia più impietosa riguarda le RSA – Residenze Sanitarie Assistenziali. Nel Lazio i posti disponibili coprono appena il 3% del fabbisogno per gli over 65 non autosufficienti e il 4% per gli over 75. Tradotto: la lista d’attesa è infinita, per ogni venti anziani fragili, soltanto uno riesce a entrare in una struttura. Nel Nord, invece, i numeri raccontano un’altra storia: Lombardia 15%, Veneto 16%, Trentino oltre il 25%. Le RSA pubbliche non bastano o non ci sono proprio, e quelle private costano troppo. Molte famiglie sono disperate e devono arrangiarsi: badanti, sacrifici personali e pensioni povere, o nessuna assistenza». 

Il PNRR fissava un obiettivo chiaro: entro il 2026, almeno il 10% degli over 65 deve essere preso in carico dall’Assistenza Domiciliare Integrata: nel Lazio siamo al 6%, tra i valori più bassi del Paese. Il risultato è che l’assistenza domiciliare rimane più una promessa che una realtà e spesso l’assistenza si riduce alla visita di un infermiere una/due volte al mese, mezz’ora scarsa. È tutto.

Il resto lo fanno i familiari, di solito le donne da sole.                                                                                                                                                                            Se le RSA e l’Assistenza Domiciliare arrancano, l’unica risposta pubblica sembra essere l’Indennità di Accompagnamento. Nel Lazio la percepisce quasi un anziano non autosufficiente su due (49%), ben sopra la media nazionale. Una cifra importante, ma che non risolve il problema: con quei soldi si paga la badante se la famiglia se lo può permettere, cioè se è nelle condizioni di aggiungere qualcosa all’assegno. Ma resta una toppa, non la cura. La sensazione è che la Regione si nasconda dietro al contributo economico, scaricando tutto il resto sulle famiglie. Il quadro che emerge è quello di una privatizzazione silenziosa dell’assistenza e della cura con  le famiglie che diventano il pilastro dell’assistenza, spesso a costo di sacrifici insostenibili. 

Anche secondo i dati dell’Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema Sanitario Italiano-OASI della Bocconi, il Lazio investe poco nei servizi “in kind” cioè nelle prestazioni di beni o servizi fornite invece del denaro, preferendo quest’ultimo, assolutamente insufficiente. Una scelta che alimenta disuguaglianze: chi ha redditi alti può garantire cure private; chi non ce l’ha, rischia di sprofondare in solitudine.

Il Lazio, cuore politico d’Italia, appare oggi incapace di proteggere i suoi anziani. Un welfare fragile, frammentato, dove ASL, Comuni e Terzo Settore non riescono a fare rete. 

E intanto la popolazione invecchia: entro il 2030, gli over 65 saranno quasi un terzo della popolazione regionale. Se non cambierà rotta, la Regione si troverà ad affrontare un’ondata di non autosufficienza con strumenti inadeguati: pochi posti letto, assistenza domiciliare ridotta all’osso e famiglie lasciate sole.          Oggi il sentire diffuso è che la vecchiaia è una lotteria, se hai soldi, ti curi e se non ce l’hai?  invecchi nella solitudine.                                                                                                                                                          È urgente intervenire con politiche pubbliche mirate a migliorare queste condizioni, anche con l’autorganizzazione, creando spazi abitativi comuni adatti a garantire una vecchiaia serena, anticipando le necessità future prima che emergano fragilità fisiche o psicologiche.