di Daniela Alessandri—-

Roma paralizzata per giorni. Strade chiuse, traffico impazzito, mezzi militari nel centro storico, reparti in marcia nella notte, cittadini bloccati per consentire le prove della parata del 2 giugno. E poi la scena irreale dei cavalli militari imbizzarriti che fuggono al galoppo sulla Cristoforo Colombo, tra auto e sirene, con feriti e incidenti.

È questa l’immagine della Repubblica che vogliono consegnarci: una città militarizzata, piegata alle esigenze della propaganda patriottica e del culto delle forze armate.

Bisogna dirlo chiaramente: una parata militare nel cuore della capitale non è una festa popolare. È un’esibizione muscolare di potenza dello Stato, un rito militarista che serve ad abituare l’opinione pubblica all’idea della guerra permanente e del riarmo come normalità.

E oggi questo è ancora più grave.

Mentre il governo aumenta le spese militari e l’Europa si prepara a investire centinaia di miliardi nell’industria bellica, ci chiedono di applaudire soldati, carri armati e aerei militari come se fossero simboli di progresso, sicurezza e, soprattutto, democrazia! Ma ogni euro speso per il riarmo è un euro sottratto alla sanità pubblica, alle scuole, ai trasporti, alle case popolari, alla tutela del territorio.

Non esiste alcuna neutralità economica nel riarmo.

Quando si finanziano nuove armi, nuovi sistemi missilistici, missioni NATO e apparati militari, si sta compiendo una scelta politica precisa: trasferire enormi quantità di denaro pubblico verso industrie belliche e logiche di guerra, mentre milioni di persone affrontano precarietà, salari bassi e servizi pubblici sempre più devastati.

La verità è che il militarismo serve anche a questo: a costruire consenso attorno a un modello sociale più autoritario e più diseguale.

Per questo le parate militari non dovrebbero essere considerate tradizioni innocue. Dovrebbero essere proibite.

Non c’è nulla di democratico nel trasformare una capitale in un palcoscenico militare. Non c’è nulla di civile nell’educare intere generazioni all’idea che la forza armata rappresenti il massimo simbolo della Repubblica. Non c’è nulla da celebrare nel vedere sfilare mezzi di guerra mentre ospedali e scuole cadono a pezzi.

La Repubblica nata dalla Resistenza e dalla sconfitta del fascismo dovrebbe ricordare il rifiuto della guerra, non glorificare gli apparati militari.

E invece ogni anno il 2 giugno diventa il giorno della retorica nazionalista, dei jet militari che imperversano nei cieli della città, delle divise, della celebrazione delle gerarchie armate. Una gigantesca operazione ideologica che tenta di presentare il riarmo come inevitabile e perfino desiderabile.

Perfino la fuga dei cavalli durante le prove appare simbolica: animali terrorizzati che scappano dal caos prodotto dalla macchina militare. Una scena che mostra tutta l’assurdità di una città sequestrata per mettere in scena la liturgia della forza.

La sicurezza reale non nasce dalle parate né dagli eserciti. Nasce da diritti sociali garantiti, da salari dignitosi, da una sanità pubblica efficiente, da scuole finanziate, da politiche ambientali serie, da cooperazione internazionale e diplomazia.

Chi oggi difende il riarmo parla continuamente di “sicurezza”, ma accetta senza problemi ospedali al collasso, precarietà diffusa e milioni di persone impoverite. È evidente che la sicurezza di cui parlano non è quella delle persone comuni: è quella degli interessi geopolitici, delle alleanze militari e dei profitti dell’industria bellica.

Per questo serve una nuova opposizione popolare al militarismo.

Bisogna rifiutare l’idea che il futuro dell’Europa sia una corsa agli armamenti. Bisogna respingere la trasformazione delle nostre città in teatri di propaganda militare. Bisogna dire che la Repubblica non si celebra con le armi ma con i diritti.

Le parate militari dovrebbero essere sostituite da giornate dedicate alla pace, alla giustizia sociale, alla solidarietà e all’impegno ecologico concreto. Sarebbe questo il modo più autentico di celebrare la Repubblica e la Costituzione: non esibendo armi nel centro delle città, ma investendo risorse pubbliche per difendere la vita, i diritti e il futuro del pianeta.